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L'iniziativa del GdV

28.03.2017

Real 40, Roberto Filippi

Eppoi c’era Furia. Che in quei tempi non era solo il cavallo del West della serie tv mutuata nel ’77 dall’americana NBC. Lui era per tutti Filippi Roberto, detto Furia. Uno dei primi veri capelloni del calcio italiano, in qualche maniera il motorino di un gruppo simbolicamente e moralmente provinciale. Debuttò giovanissimo nel Chioggia in serie C e, dopo qualche scampolo di partita in massima serie con la maglia del Bologna, si consacrò nella Reggina e nel Padova.

 

Driiin. «Grazie per la chiamata», attacca. «Io sono rimasto un tipo di poche parole. Grazie, scusa... metto giù». No, dai. Filippi, parliamo. Parliamo. Ricordi. Nell’ottobre del 1976 arrivò la svolta della sua carriera. Arrivò al Lanerossi Vicenza dell’emergente G.B. Fabbri che pilotò la squadra in serie A. Filippi divenne Furia per le sue inarrestabili sgroppate sulla fascia, fu così che si laureò tra i frontman riconosciuti della banda di fratelli biancorossa e si propose come l’assistman di fiducia per bomber Paolo Rossi.

 

«Si vabbè. Grazie. Metto giù». No, Pippo. Ci sono dei giocatori che hanno lasciato un segno indelebile sui campi italiani. E tra questi c’è proprio il cappellone padovano che, chissamai perchè, non ha mai trovato posto in Nazionale. Bassino (1,67 centimetri), leggero (60 chilogrammi il suo peso), un uomo ovunque. Instancabile. Filippi era il polmone della squadra, molto più di un mediano. Possedeva piedi bene educati. Detto che nel Vicenza rivelazione, che arrivò secondo nel ’78 da neopromosso dietro alla Juve, correva per il futuro Pablito, a Napoli lo fece per Savoldi («Rossi lo cercavo rasoterra - racconta - Beppe in acrobazia. Rossi preferiva il movimento, Savoldi è un centravanti da area di rigore»). Per due anni di fila Filippi fu il re d’Italia. Nel senso che vinse il Guerin d’Oro, il trofeo istituzionale voluto dalla rivista calcistica e riservato al migliore giocatore del campionato. Era una classifica basata sulle pagelle del lunedì espresse dai giornalisti.

 

Motorino, folletto del Menti, Pony Express sotto il Vesuvio. Gira e rigira la storia di Filippi è sempre quella di uno che corre in un modo che potrebbe sembrare un tantino disperato. Un tipo così così, che si porta in campo con la sua minuscola statura e mette in azione le levette delle sue gambe da brevilineo. Inizia a correre al 1’ e finisce al 90’. La sua corsa pareva dettata da una sorta di disperazione, tipica di un piccoletto che doveva avere una chance in più per emergere nello sport. La sua criniera sottolineava le sgroppate. Scatti, piroette, un’impennata. Come un folletto. Capace di vestire per 200 volte tonde la maglia biancorossa in due diverse occasioni: due campionati d’oro dal 1976 al 1978 e quattro stagioni dalla C1 del 1983-84 al 1986-87 compreso il salto in B e la promozione mancata in A sotto Bruno Giorgi per via del calcioscommesse e l’addio di nuovo col Lanerossi retrocesso in C1. Filippi usava i due piedi con disinvoltura e pur correndo in maniera forsennata sbagliava un passaggio su dieci. Ancora oggi c’è chi lega la magia del Vicenza ’77-’78 al suo sfrenato attivismo sulla fascia. «Ma no: c’erano anche altri a sgobbare. Per esempio Guidetti. Ma tutti, tutti facevano la loro parte. Con Rossi sopra tutti, di parecchie spanne. La verità è che eravamo una famiglia, in cui nessuno era in disaccordo. Fabbri era bravissimo, tutto qui». C’è di più. Non a caso gli diedero il numero 11, non solo ala. «Appunto. Io correvo da ogni parte del campo. Avevamo un centrocampo ben assortito. Con Salvi in cabina di regia, Faloppa pronto a ripartire, Cerilli sulla destra e io pronto a infilarmi ovunque».

Il motorino, sempre in vena di straordinarie e coinvolgenti galoppate, capace di notevolissime intuizioni, quando l’intero stadio si alzava in piedi e quasi lo spingeva sul filo del vento, è sempre stato l’anti personaggio. Parco nelle parole e nel concedersi ai taccuini e alle tv, anche dell’epoca. 
Oggi dribbla con pacatezza quanti lo vorrebbero in diretta a commentare risultati o prestazioni... «Sì. Non mi interessa più. Però mica rinnego nulla. I compagni di allora li sento con piacere, furono stagioni irripetibili. Ma al Menti oramai saranno dieci anni che non metto più piede. Non è una questione personale. Non vado più nemmeno a Milano o in altri posti. Mi piace stare qui a Campodarsego (squadra che ha pure allenato, poi dimettendosi, era il 2012, campionato di Promozione) e preferisco assistere a qualche partita di ragazzini. Arrivo fino all’Eccellenza. Punto». 

I capelli al vento, la corsa, l’attivismo sfrenato in campo. Furia era un giocatore alla moda. Un esempio? È il 1980 quando la Diadora decide di rompere con lo stile classico delle scarpe da calcio che proponeva modelli rigorosamente in nero. L’azienda si affidò a “Pippo“ Filippi. Fu l’ala del Napoli a scendere in campo con un paio di scarpe completamente bianche. Impatto forte, effetto immediato. L’idea venne presto copiata. Roberto Baggio nel Brescia, molti anni dopo ne avrà un paio di azzurre, il colore delle Rondinelle e della Nazionale. L’accostamento non è casuale, visto che Filippi quel “bocia“ lo vide crescere e a suo modo lo accudì.

 

Pippo Filippi, che ha poi continuato a correre, ma per il piacere di farlo e senza un pallone da calciare, ha lasciato il calcio («sempre più parlato e gonfiato») a 39 anni con la fortuna (bravura, capacità?) di non essere mai incappato in un serio infortunio. Bravo ad amministrarsi. Meno fortunato nella sua carriera da allenatore iniziata al Treviso, transitata come assistente di Gianfranco Bellotto alla Salernitana, chiusa per l’appunto al Capodarsego. Per lui quasi 600 partite da calciatore nelle tre serie lungo 19 campionati con una media presenza di 30 gare a stagione. Ora ha voltato pagina. Disintossicato? «Non è la parola esatta. Diciamo che non guardo tanto indietro. Piuttosto ritorno con un filo di nostalgia a tanti particolari. Ricordo la domenica, quando dall’hotel dove eravamo in ritiro, andavamo a piedi verso il Menti. Incontravo la gente, i tifosi, che ci salutavano con tanto affetto. C’erano intere famiglie che andavano allo stadio. Io giocavo per divertirmi e devo ammettere che sì, ai soldi ci pensavo. Ma non erano poi così determinanti. Erano altri tempi. Alla fine li ha presi, gli appunti», ridacchia. «Scriva che furono anni belli. I tifosi che c’erano se lo ricordano». Due anni di Furia biancorossa.

 

Andrea Mason
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