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L'iniziativa del GdV

23.03.2017

Real 40, Renato Faloppa

Dall’oratorio a S. Siro, fino a sfiorare lo scudetto. Del Vicenza “Real” era il capitano. Renato Faloppa, classe ’47, vide nascere la squadra delle meraviglie e fu uno dei perni di quel ciclo che per lui era cominciato molti anni prima, nel 1970, quando i biancorossi lo acquistarono dall’Empoli. Un calcio in bianco e nero, con i portieri che paravano a mani nude e i numeri da uno a undici che indicavano il ruolo in squadra. Il suo era il 10, mezzala, come quello di Rivera con cui giocò al Milan prima di trovarselo di fronte in tante battaglie di Serie A.

Il “mal di calcio” del centravanti Vitali, altra bandiera ammainata, lo visse di persona, nella stanza del ritiro, quando gli confidò l’intenzione di lasciare tutto e tornare ad una vita normale. Proprio quell’anno, invece, prese il via un periodo che di normale non ebbe nulla. Magico, irripetibile, fiabesco, mitico, scelga il lettore l’aggettivo. A chi non ebbe la fortuna, per questioni anagrafiche, di vivere quel momento hanno pensato zii, nonni, genitori, amici a tramandare la storia come fosse una tradizione orale. Al Vicenza colleziono 247 presenze (e 23 gol), al decimo posto della classifica di tutti i calciatori biancorossi.

 

In principio fu S. Siro. Non male come inizio no?

Avevo 19 anni e un campionato alle spalle al Vittorio Veneto nell’allora Serie D. S. Siro fu una cosa impressionante: sembrava che il pubblico ti potesse prendere per i capelli, una grande emozione.

 

Che ricordo ha di Rivera?

Era un giocatore incredibile, un fuoriclasse. Non dovevi perderlo di vista sennò era perso. Aveva una visione di gioco fuori dal comune. Quando me lo ritrovai da avversario furono guai, io e Guidetti ci spartivamo il compito di marcatura. Quell’anno al Milan vinsi la “De Martino” (campionato riserve dove venivano impiegati molti giovani ndr).

 

Poi Arezzo, Rimini ed Empoli prima di approdare al Vicenza...

Si a Empoli finii il servizio militare che all’epoca durava molto più a lungo. Fui anche convocato nella Nazionale di serie C allenata da Enzo Bearzot. Di lui ricordo che era una persona squisita.

 

L’esordio col Vicenza, in quella squadra c’erano Bardin, Damiani e Scala, lo ricorda?

Si fu a Bologna, Maraschi non c’era e giocai da centravanti. Perdemmo 3-0, in quegli anni il Vicenza pensava soltanto a salvarsi.

 

Dopo anni di sofferenza, la retrocessione e il ritorno in Serie A con Gibì Fabbri arrivò il ’77-’78, l’anno d’oro. Come iniziò?

Ricordo il ritiro. Io ero in stanza con Vitali, eravamo molto amici. Venni a sapere prima di tutti che voleva mollare, non ce la faceva più. Mi diceva che era venuto in ritiro perché avanzava ancora qualcosa dalla stagione precedente e temeva che se avessero saputo delle sue intenzioni avrebbe avuto guai. Una volta avuto quanto gli spettava, senza dire niente a nessuno, prese la sua auto e se ne andò. Poche settimane dopo morì in un incidente stradale.

 

Qualcuno dice che quell’abbandono segnò l’inizio della carriera di Paolo Rossi. Che calciatore era Pablito?

Rispetto a Vitali gli piaceva venire a prendersi il pallone anche indietro, era un centravanti di manovra. Ricordo che ti faceva sempre fare bella figura, perché era velocissimo e anche se gli davi un pallone troppo lungo lui si arrangiava e lo prendeva lo stesso. Iniziò a segnare subito, dalla Coppa Italia e non smise più.

 

Che gruppo c’era in quel Vicenza?

Io assieme a Galli, ero uno dei veterani. C’era un rapporto stretto di amicizia e stima. Ci trovavamo un’ora prima dell’allenamento per giocare a calcio tennis. Partecipava anche Fabbri e ci giocavamo le bottiglie di champagne. Fu un anno meraviglioso. Vincevamo, giocavamo bene, tutto riusciva al meglio. A Vicenza abitavo in una camera in zona ovest, poi, quando mi sposai, ci trasferimmo in un appartamento vicino all’ospedale.

 

Torna spesso a Vicenza?

Ho degli amici e ogni tanto ci vediamo ancora. Ernesto Galli è uno di loro, Adriano Bardin poi è mio testimone di nozze. C’era il massaggiatore Vasco Casetto, il martedì andavamo a fare la sauna da lui. Lo ricordo con affetto.

 

Com’è possibile che il Real sia retrocesso l’anno successivo al secondo posto?

È una cosa che si spiegano in pochi, ma l’anno dopo andò tutto storto. Non giocavamo peggio: la palla non entrava. A fine stagione mi comunicarono che io, Galli e Salvi non eravamo più nei programmi. Decisi allora di rifiutare le offerte che mi arrivavano dal sud e tornai a fare il magazziniere, mansione che svolgevo prima di fare il professionista.

 

Nostalgia?

No, non come il mio amico Zigoni che è qui di Oderzo e che parla sempre di calcio - dice ridendo - anche nei giorni scorsi ci siamo trovati a mangiare assieme. Sono bei ricordi però.

 

Federico Ballardin
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