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L'iniziativa del GdV

21.02.2017

Real 40, Luciano Marangon

Imprendibile quando partiva. E imprevedibile fuori dal campo. Un cavallo di razza Luciano Marangon, che ha attraversato i campi della serie A e dopo la sua vita cercando di evitare il più possibile le briglie. Nato a Quinto di Treviso, arrivò nel 1975 dalla Juventus sostituendo un altro grande difensore biancorosso, quel Fabrizio Gorin morto poi di leucemia fulminante all’età di 48 anni, nel 2002. Ed a sua volta pezzo della filastrocca precedente, Bardin, Gorin, Longoni... Storie di quasi 50 anni fa impossibili però da dimenticare per chi ha amato i colori biancorossi e soprattutto ha apprezzato gli atleti e gli uomini che li indossavano. Biondo, bello, curioso da sempre della vita, Marangon giocò 5 anni al “Menti”, fino agli inizi degli anni ‘80, per un totale di 128 partite e 5 gol. Esordì in prima squadra a 19 anni ed in serie A a 21 ma nell’anno del secondo posto collezionò appena 12 presenze, dopo essere stato titolare quasi inamovibile la stagione precedente. «Ebbi uno scontro con Fabbri e lui mi mise da parte. A gennaio il Lanerossi mi cedette alla Samp ma io rifiutai il trasferimento. Fui messo fuori rosa ma alla fine fui reintegrato a furor di popolo».  

Sessantuno anni, ha fatto di tutto negli ultimi 30 anni, soprattutto ha girato il mondo, ma prima, però, precisa: «Voglio subito dire che ho un gran bel ricordo degli anni a Vicenza. Ho avuto compagni fantastici come Cerilli, Filippi e Rossi. Li ricordo tutti, Paolo lo vedo un po’ di più. Soprattutto Vicenza mi ha fatto crescere, sono arrivato che ero un ragazzo. Il legame affettivo è forte, mia figlia vive ancora qui e spesso vengo a trovarla e a salutare i miei nipoti. E poi, quel secondo posto alle spalle della Vecchia Signora, incredibile». A dire il vero, lui il triangolino tricolore lo ha vinto comunque, unico, assieme a Pablito, di quella fantastica squadra ad esserci riuscito. «Curiosamente è successo a Verona, con gli “odiati cugini” ed è stato il momento più alto della mia carriera, come vincerne 5 in bianconero. Anche perché a Napoli e a Roma, dove sono stato, lo avevo solo sfiorato».

Eterno secondo? Macché, casomai “forever young”. Sembra una boutade, ma la vita dell’ex terzino è ancora più ricca di fascino da quando, a 31 anni e con molta polemica («Il calcio italiano non mi merita») lasciò il calcio. Oggi, e da 5 anni, vive a Ibiza, dove ha aperto un bar, il “Soul Beach”, che è davvero una delle anime della spiaggia delle Baleari. «Nel 1987, quando attaccai gli scarpini al fatidico chiodo, mi dissi: e ora?». La solita domanda, ma la sua risposta fu sorprendente, di più coerente con il suo modo di essere: «Sono andato a New York e ci sono rimasto 3 anni. Quando giochi solo a pallone non capisci che la vita è fuori e così hai bisogno di un po’ di tempo per capire. Così ho studiato marketing e gestione delle risorse umane, poi tornai per diventare procuratore. Sono stato uno dei primi a fare l’esame, avevo un parco giocatori importante, ad esempio Eranio». Sei anni, poi alle soglie dei 40 il purosangue dentro di lui si risveglia. «Decido di conoscere il mondo e parto». Visita ben 112 Paesi, per lo più luoghi mare e dl clima caldo, si ferma in Messico e nei Caraibi, dopo apre locali, poi si avvicina, a Formentera, dove apre un chiosco ed inventa il chiringuito, un aperitivo. «Mi sono molto piaciute la Cambogia, il Vietnam, ma porto un po’ tutti i posti che ho visto nel cuore. Il turismo è stato per me un’altra tappa importante».

Lottatore, Luciano Marangon è ricordato anche per essere stato, forse per essere ancora, un tombeur de femmes impenitente: «Una leggenda? No, no, a me sono sempre piaciute le donne e questa fama mi faceva gioco. La donna è curiosa, mi chiamavano per conoscermi, si presentavano agli allenamenti e ai ritiri per capire se quel biondino era davvero così carino. Tra i miei compagni di avventura c’era Ruud Krol che diceva alla moglie che mi faceva compagnia perché ero sempre solo, mentre stavamo in giro tutta la notte con le mie amiche, ed Elkjaer». Ibiza per tutta la vita? Lui non mette limiti al tempo: «Qui sto bene, c’è mio figlio che mi dà una mano e poi sono ad un’ora e mezzo di aereo dai miei cari. Gioco a golf, faccio nuoto e grandi passeggiate, mi godo il mare, il clima. E la mia idea perfetta di vita, mi dà emozioni, faccio quello che mi piace, curo l’alimentazione e lo sport. Sono sereno. Insomma ho cura e rispetto verso la mia persona e gli altri. Però credo anche che la vita sia una sola e passi veloce. Finché la voglia mi accompagna resto qui, ma se sentirò ancora il desiderio di mettermi in gioco a quel punto partirò di nuovo. Mi fermerò, inevitabilmente, se la salute non mi permetterà più di girare ed a quel punto mi godrò la mia famiglia». Purosangue si nasce. E si resta per sempre. 

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