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L'iniziativa del GdV

21.02.2017

Real 40, Giuseppe Lelj

«A quel tempo io ero un ragazzo che giocava a ramino e fischiava alle donne / credulone e romantico con due baffi da uomo». Con questi versi, nel 1976, Francesco De Gregori tratteggiava Bufalo Bill. Ma sfogliando l’album dei calciatori Panini, sostituendo la parola “ramino” con la parola “pallone”, avrebbe benissimo potuto cantare di Giuseppe Lelj, aitante difensore ventitreenne abruzzese di proprietà della Fiorentina, che proprio nel luglio di quell’anno arrivò per la prima volta a Vicenza.

 

Lelj, i suoi bei baffi, quel giorno di luglio, c’erano già?

Sì, erano freschi freschi. Me li ero fatti crescere durante la primavera precedente, dopo l’ennesimo brutto infortunio rimediato giocando nella Sampdoria, una frattura ad un piede che mi aveva costretto a mesi di inattività. Volevo voltare pagina, convinto di poter tornare più forte e più uomo di prima. Anche con i baffi.

 

E poi, a quell’epoca, magari andavano pure di moda e potevano aiutare con le ragazze…

A differenza di altri compagni più bellocci che mietevano conquiste sempre e comunque, per quanto mi riguarda avere un dettaglio che incuriosisse poteva aiutare. Poi per fortuna a Vicenza ho conosciuto la ragazza che sarebbe diventata mia moglie, e non c’è stato più bisogno di nulla, anche se i baffi sono rimasti a lungo.

 

Torniamo a quel luglio del 1976: il suo primo impatto con Vicenza?

Sono sincero, mi sono trovato un po’ spaesato. C’era un caldo torrido, i viali erano deserti: «Ma dove sono capitato? Tutti i vicentini, dove sono?», mi sono chiesto. Non è che avessi scelto io la destinazione: allora la tua società decideva e tu ti adeguavi, un po’ come eseguendo un ordine militare. Il presidente Giussy Farina aveva ottimi rapporti con la Fiorentina, io ero rientrato dalla Sampdoria dopo un anno caratterizzato da infortuni a ripetizione, si decise di mandarmi in serie B per giocare con continuità e così fu.

 

Magari a Farina il suggerimento era arrivato da G.B. Fabbri, il tecnico che già aveva avuto a Giulianova.

Quello mi aiutò moltissimo. E non solo me: eravamo un gruppo di ragazzi esuberanti, serviva proprio un temperamento mite ma schietto e paterno come quello di Fabbri per limitare gli eccessi e creare la perfetta alchimia che si formò in quel gruppo e durò per due campionati. Lo intuimmo già nel ritiro di Rovereto, perché i “vecchi” come Galli, Filippi o Faloppa ci accolsero subito bene. Siamo stati una squadra di amici veri e non a caso, ancora oggi, i rapporti sono saldi tra molti di noi. Un ricordo speciale va a Giancarlo Salvi, che era mio compagno di stanza sia alla Sampdoria, sia qui a Vicenza.

 

Fu soprannominato “la roccia d’Abruzzo”: si ritrova in questa definizione?

Non ricordo chi la coniò, ma mi piace. Credo sia nata per il mio fisico prestante, perché non mi tiravo mai indietro e ho giocato praticamente tutte le partite, quasi come se dopo gli infortuni degli anni precedenti fossi diventato indistruttibile. A proposito, mi si consenta di dedicare un pensiero al mio Abruzzo, che invece indistruttibile non è e in questo periodo è stato colpito duramente: ho diversi cugini che per giorni sono stati irraggiungibili e senza elettricità, spero che la situazione finalmente possa tornare alla normalità.

 

Quale fu l’attaccante che la mise più in difficoltà?

Su tutti Paolo Pulici e ancor di più Carletto Muraro, non lo prendevo mai: se avessi potuto, gli avrei sparato.

 

E il suo mito da prendere ad esempio?

A dire il vero da ragazzino il calcio l’ho seguito pochissimo, ho cominciato a giocare davvero solo a 16 anni perché prima a Cologna Spiaggia, il mio paesino, non c’era nemmeno una squadra: pensate che, quando mi prese il Giulianova, alla neonata società di Cologna andarono 300 mila lire più una muta di scarpe per tutta la squadra… Più tardi, avendoci anche giocato contro, potrei dire che ammirai molto Tarcisio Burgnich.

 

Un altro giocatore con il cognome dalla grafia particolare, come lei.

Già. Ogni volta, per farlo scrivere correttamente, dovevo dire che alla fine c’era la J di Juventus…

 

Quel suo Vicenza sfiorò lo scudetto, contendendolo proprio alla Juve. Era davvero impossibile superarla?

Credo di sì, probabilmente proprio perché noi stessi, sotto sotto, non ci abbiamo mai creduto o puntato davvero. Eravamo una squadra spensierata, che viveva e giocava alla giornata: magari fu la nostra forza, ma anche il nostro grande limite. E forse questo atteggiamento “naïf” fu anche all’origine della retrocessione del campionato successivo: io ero passato alla Fiorentina, ma conoscendo il valore dei miei compagni mi sembrò del tutto inconcepibile, e per me lo è ancora oggi, a ripensarci. 

Francesco Guiotto
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