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Il libro della mia vita

07.12.2018

Il resto è silenzio
La lezione di Amleto

La copertina del libro
La copertina del libro

VICENZA

«Gli intellettuali si sviluppano lentamente, perché oppressi dalla tradizione culturale che essi tentano di riassumere e da cui restano schiacciati, a meno che non riescano a rompere con il passato per collocarsi nel terreno di una nuova ideologia». Così scrive Antonio Gramsci (1926) e, leggendo il suo enunciato, viene in effetti da pensare ad Amleto, i cui freni inibitori – quelli che ne rallentano l’azione – altro non sarebbero che l’effetto negativo del suo apprendimento libresco. Lo dice lo stesso Amleto, nella solenne promessa fatta al fantasma del padre, vera quanto trascurata chiave di volta della tragedia: «Dalla tavola della memoria cancellerò tutte le annotazioni, e tutte le massime dei libri che la giovinezza e l’osservazione vi copiarono. Il tuo comandamento solo vivrà nel libro e nel volume della mia mente». (I 5, 98-103). Comincia così il tormentato percorso del Principe: la sua lenta, faticosa rimozione della cultura aristocratico-rinascimentale. L’amore un tempo galante per Ofelia ne è la prima vittima. Seguono le riflessioni sulla religione e sul timore dell'aldilà (“morire, dormire, forse sognare”). Ma una forte spinta all’azione Amleto la riceve da Fortebraccio; in particolare, un diverso senso della Storia: della storia contemporanea e non di quella antica, perché distorta dalla retorica celebrativa. Quindi, ormai morente, il Principe di Elsinore recupera il suo ruolo politico, designando il successore al trono di Danimarca. “Il resto è silenzio”: le ultime parole di Amleto cancellano ogni remora oltremondana e legittimano la sua vendetta alla luce di una prassi tutta terrena. Gramsci avrebbe potuto riconoscere in lui l’intellettuale organico “amato dal popolo” (IV 3, 4). Non già il proverbiale dubbio, ma la conquista di una nuova certezza travolge ed esalta la vita del nostro eroe.

Testo inviato dalla biblioteca Bertoliana, Vicenza

Pierpaolo Rosati
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