21 agosto 2019

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Il libro della mia vita

17.10.2018

Cuore di tenebra, viaggio
nei mali dell’Occidente

La copertina del libro
La copertina del libro

VICENZA

C'è una voce che chiama, ed è una voce che affascina e stordisce: non è altro che questo, per gran parte del romanzo, «quasi null'altro, ormai, che una voce», quella di Mister Kurtz, commerciante d'avorio senza scrupoli disperso nel cuore dell'Africa nera, nel Congo crudelmente vessato dall'Occidente, che Marlowe va a cercare lungo il corso di un fiume che gli sembra un serpente e si snoda tra foreste pluviali e tratti desertici che si perdono «entro cupe lontananze oppresse d'ombra». Una voce dunque senza corpo, un miraggio in quel silenzio altissimo interrotto solo dal borbottio del battello o dagli improvvisi agguati di tribù che si nascondono nella nebbia, dove gli alberi si ergono come imperatori. Esalazioni di un'aria torpida e pesante, oscure minacce di una terra che si occulta allo sguardo del colonizzatore, piombato lì come un falco a depredarne le risorse e incatenare la sua gente, cui spetta il solo diritto di morire in silenzio, «stramazzata confusamente in quel barlume verdastro»: il nero della pelle, della sua abiezione, contro il candore dei colletti inamidati dei bianchi. È un viaggio, quello che compie Joseph Conrad attraverso le parole di Cuore di tenebra, nell'atrocità e nell'orrore, che sono il male di un Occidente cieco che non sa riconoscere la sovranità di terre lontane, ma sa bene come servirsene, come servirsi dell'uomo che non considera fratello, ma bestia da soma incapace (pensa) di elevare lo sguardo oltre il fardello che lo grava. Eppure c'è un prezzo da pagare, lo scoprirà Marlowe e lo sa Mister Kurtz (l'orrore, l'orrore, dice: l'orrore del vuoto, dell'insensatezza); lo sa anche Conrad, che quel viaggio ha compiuto personalmente e ne torna profondamente cambiato, come instupidito dalla tragedia di un popolo, colpevole lui stesso; e di ritorno a Bruxelles, malato nel corpo e nell'anima, guarda la città- dice W.G.Sebald nel suo bel Gli anelli di Saturno- come fosse «un monumento funebre eretto sopra un'ecatombe di corpi dalla pelle nera».

Testo inviato dalla biblioteca Bertoliana

Rossella Pretto
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