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15.05.2012

Il vicentino che pesa le galassie

Michele Cappellari è alle isole Canarie per misurare la massa delle galassie
Michele Cappellari è alle isole Canarie per misurare la massa delle galassie

Vicenza. Non si può dire che abbia la testa tra le nuvole. Ma ben più in alto, sulle galassie. E proprio in questi giorni le sta osservando dalla cima di un vulcano delle Canarie con il telescopio. Lui è un vicentino, Michele Cappellari, figlio di Luigi, accademico olimpico, docente universitario e assessore negli Anni Novanta. Astrofisico di professione, Michele lavora da tempo al dipartimento di Fisica di Oxford, dopo una laurea a Padova nel 1997. Ma la novità è ben più importante: lo studioso alla guida del suo team, ha messo a punto un metodo di misura della massa delle galassie. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sull'ultimo numero di Nature, prestigiosa rivista scientifica. In sostanza le galassie più vecchie pesano di più, mentre quelle più giovani sono un po' più “smilze”. «Ora sappiamo che le galassie si formano inizialmente da gas rotante che forma un disco. Successivamente molti di questi dischi si “scontrano” tra di loro, attratti dalla gravità, e formano galassie più grandi. Durante questi scontri violenti la rotazione regolare del disco viene disturbata e il moto delle loro stelle diventa più irregolare. I moti delle stelle costituiscono quindi una sorta di resto “fossile” che ci dice quanti scontri una galassia ha avuto in passato. Studiando le masse e i moti stellari possiamo ricostruire la storia evolutiva delle galassie. Un po' come gli archeologi ricostruiscono l'evoluzione dell'uomo, dagli scheletri fossili». Possiamo dire che lei è un archeologo dell'universo e che sta ricomponendo l'evoluzione delle galassie? «La loro massa è importante per capirne l'evoluzione. Il peso di una persona aumenta con l'età. Misurando un individuo si può capire a che stadio si trova la sua vita. Se pesa 10 kg, sappiamo che è un bambino, mentre se pesa 80, sarà quasi sicuramente un adulto. Anche le galassie aumentano di peso durante la loro vita “divorando” altre galassie nel corso delle violente collisioni cosmiche di cui ho accennato all'inizio. E anche per le galassie il peso ci dice in che stadio evolutivo si trovano. Però, se scoprissimo che la nostra “pesa-persone” misura dimensioni tre volte più piccole per le persone più anziane si creerebbe una bella confusione. Ebbene, in questo consiste la nostra scoperta: la nostra “bilancia” cosmica per più di mezzo secolo ha sbagliato a misurare la massa delle galassie più vecchie di un fattore tre». Dopo le scoperte, torniamo alla sua passione per l'astrofisica come è nata? «Fin da bambino i fenomeni naturali mi hanno affascinato: fossero i girini del lago di Fimon, i grilli nei buchi in Campo Marzo o il cielo stellato. Però la scelta dell'astrofisica è dovuta ad un evento ben preciso che amo ricordare». Racconti... «Ho avuto una fantastica insegnante di matematica e fisica alle medie di contrà Riale: Marisa Pozzato. Lei era laureata in fisica, aveva una passione incredibile per l'insegnamento e l'ammiravo molto. Un giorno mi mandò, con un compagno di classe, a visitare una mostra di astronomia organizzata dal gruppo astrofili di Schio. Poi dovevamo riassumere alla classe quello che avevamo imparato, illustrandolo con foto e immagini. Dopo quell'esperienza decisi che sarei diventato astrofisico.  E i suoi genitori come la presero? Mio padre Luigi è stato professore di scienza delle costruzioni alla facoltà di Ingegneria a Padova. Pur non avendomi mai spinto verso una disciplina scientifica ha appoggiato la mia scelta e ha incoraggiato i miei primi passi nel campo della ricerca.  Laurea a Padova con dottorato, poi direttamente ad Oxford: cervello in fuga?  «Ho finito nel 1997 e ho conseguito il dottorato con il prof. Francesco Bertola. Da lui ho imparato l'importanza di lavorare con colleghi di tutto il mondo. Ma non ho lasciato l'Italia per mancanza di prospettive. Semmai per me è stato vero il contrario: mi era stato offerto di continuare a lavorare a Padova, con buone prospettive future». Però? «Andare all'estero si trattava di fare un salto nel buio. Ma volevo sapere di più sulle galassie e sull'universo e mi ero reso conto che per farlo non si poteva restare nello stesso istituto. Non ci si può fermare a lavorare con le prime persone che apprezzano le nostre capacità. Sono riuscito ad ottenere fondi Europei per finanziare un mio progetto di ricerca e nel 2001 mi sono trasferito all'università di Leida in Olanda per collaborare col gruppo di studio della dinamica delle galassie del prof. Tim de Zeeuw, di cui conoscevo bene le pubblicazioni, un'altra persona eccezionale dalla quale ho imparato tantissimo. Dopo il periodo olandese ho deciso di puntare su Oxford che, assieme alla gemella e concorrente Cambridge, rimane una delle due migliori università in Europa. E dalla prestigiosa Royal Society inglese ho ottenuto i finanziamenti per la mia ricerca».  Che cosa le manca del nostro Paese o della nostra città? Mi manca mia figlia Lucia, di 10 anni, che vive a Vicenza con sua madre e spero leggerà questo articolo. Inoltre, in questi undici anni all'estero ho imparato ad apprezzare ancor di più la cucina italiana. È impossibile trovare un buon baccalà alla vicentina o un pasticcio al radicchio di Treviso a Oxford. Mi mancano anche le montagne e i mari caldi». Che cosa porta uno studioso italiano all'estero? «Abbiamo un ottima preparazione scolastica e universitaria. Quando finiamo gli studi siamo in media più preparati dei nostri colleghi stranieri. Eccelliamo anche nella creatività dovuta forse ai millenni di cultura artistica e scientifica, che altre nazioni non hanno avuto». Che cosa vede dal telescopio sul vulcano delle Canarie? «Il cielo notturno è fantastico visto dal William Herschel Telescope. A Vicenza e dintorni la Via Lattea, la nostra Galassia non si vede mai, nemmeno dai colli Berici e raramente da Asiago. E questo per colpa dell'inquinamento luminoso, che ha privato i nostri figli del cielo stellato. Però, durante le osservazioni la visione è meno poetica: stiamo per lo più all'interno di una sala controllo. Sembrano quelli che si vedevano in televisione durante il lancio dello Space shuttle. E per il resto si lavora duro di notte e si dorme di giorno».

Chiara Roverotto
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