Nell’Album di Questorio il battito è una visione E un quadro di Bacon

Questorio nell’affascinante partitura coreografica ispirata all'intero Album  dei Suicide, duo punk di NYC
Questorio nell’affascinante partitura coreografica ispirata all'intero Album dei Suicide, duo punk di NYC
Questorio nell’affascinante partitura coreografica ispirata all'intero Album  dei Suicide, duo punk di NYC
Questorio nell’affascinante partitura coreografica ispirata all'intero Album dei Suicide, duo punk di NYC

Lara Campigato VICENZA Flusso risonante che forte colpisce aggirando ogni possibile ricerca di significati. Stefano Questorio raggira il figurativo puntando al figurale: sentire, non dire. La bellezza, in questo lavoro si dà nel pacifico connubio tra il positivo e il suo altro-da-sé; se il negativo non fosse, la performance non trasuderebbe brutale realtà. Album è un'affascinante partitura coreografica ispirata all'intero album dei Suicide, duo punk newyorkese degli anni Settanta. Basterebbe fissare per alcuni istanti la scritta grondante sangue sulla copertina di questo disco leggendario, per captare dei suoni sotto forma di ossessioni. Al Teatro Spazio Bixio, sede off di Danza in Rete Festival Vicenza_Schio, la “stanza” è scarna, qualche neon, un casco, una fonovaligia. Un faro rosso fende la scena. Questorio, che durante tutto lo spettacolo non mostrerà mai il volto, una volta inserito il vinile e azionato il braccio del giradischi, inizia la sua danza: un battito insidioso, astratto, metafisico. Una voce e un corpo che sono come una pellicola viscida, un malefico banco di nebbia che separa il reale dall'alterità che ci portiamo dentro, come un incubo inesauribile. Tutto è battito, pulsazione, energia. Quello di Questorio è un sussurro gelido, un minimalismo scheletrico e, al tempo stesso abnorme, in grado di trascinare lentamente lo spettatore verso la dissoluzione, e la discesa agli inferi, salvo poi comprendere che l'inferno è lì fuori, tra le macerie di questa terra, in mezzo a folate di vento sintetico e a presenze agghiaccianti. Le superfici visive e sonore non sono di facile appiglio. L’ipnotico tessuto gestuale emula quel ritmo della vita che si deforma presto in apatia esistenziale, malessere giornaliero, vita presa per assuefazione. Un’alchimia letale fra organismi dal respiro autonomo: da un lato l’uomo, dall’altro l’equilibrio meccanico che sovrintende la quotidianità. Così l’ossessività è il fluido impazzito che scorre nel brano come “Frankie Teardrop”, lunga suite catartica, dramma post-industriale che fa da sfondo al delitto (uccisione di moglie e figlio) e al conseguente suicidio del protagonista Frankie, incubo paradigmatico di un’epoca intera. Qui la teatralità di Stefano Questorio si stempera in un sibilo angosciante quanto il silenzio, mentre la ritmica pulsa in contrazioni adrenaliniche rasentando il collasso. Frankie/Questorio, spogliato degli abiti, sotto la luce algida di un neon appeso, è “dentro” di sé, chiuso nel suo mistero di uomo. C'è solo un senso di frenesia acida, di tensione stratificata, fatta di riverberi accecanti. Lo sguardo è quello di un coreografo e performer che, se in altri lavori aveva raccontato il corpo, qui vira e sposta il suo interesse sullo spirito, sull’avvelenamento dell’anima. E le deformazioni non sono più corporee, ma intime; sono infezioni visibili in un gesto, in un movimento, quando si strappa brandelli di pelle. Visioni circolari, feedback spasmodici; affiorano le cuspidi del tormento in “Che”, ultima traccia del disco, con la sua ansia levigata. Appesa verso il fondale è il simbolo dell'America, la bandiera a stelle e strisce, qui totalmente bianca, destrutturazione materiale che è anche emotiva, perché nella nuova era anche il sentimento è sbiadito. Il performer scompare dietro questo velario, e le sue ombre sfocate e dissolte nella dilatazione prospettica diventano figure scarnificate e deformi come in un quadro di Bacon. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Lara Campigato