Il concerto

La "scossa" di Francesco De Gregori tra ricordi e futuro: «La storia siamo noi»

Francesco De Gregori in concerto in piazza dei Signori a Vicenza (Colorfoto)
Francesco De Gregori in concerto in piazza dei Signori a Vicenza (Colorfoto)
Il concerto di Francesco De Gregori (Colorfoto)

“Così sentimmo nell'aria forte la ridondanza delle campane, come un ricordo che faceva piangere, come l'odore del pane, come vedere spuntare il sole dall'altra parte del muro e falegnami e filosofi fabbricare il futuro”. (Il vestito del violinista”)

Menomale che c'è sempre qualcuno che canta e la tristezza ce la fa passare. E ieri sera la tristezza ce l'ha fatta passare Francesco De Gregori in persona, splendido settantenne per la prima volta di scena in piazza dei Signori. Proprio lì, dove è stato allestito il palco di questo scintillante settembre vicentino, una vita fa si esibiva un menestrello in certi sabati sera anni Novanta: chissà che nome aveva, chissà che fine ha poi fatto. Noi studenti con pochi quattrini tasca e mille passioni nel cuore stavamo sui gradini della Loggia ad ascoltare un po' di Cat Stevens, qualcosa di Simon & Garfunkel e tanto di De Gregori, scambiandoci baci appassionati sulle note di Rimmel, giurando amori eterni fra le pagine chiare e le pagine scure. E ora che invece un quarto di secolo dopo siamo rimasti “buoni amici” come “i tuoi quattro assi bada bene di un colore solo”, almeno ci consoliamo ascoltando ancora e sempre Rimmel, in questa stessa piazza sì, ma questa volta cantata da chi quei versi e quegli accordi li ha scritti su un pentagramma.

Entra in scena proprio come un menestrello, il Principe, da solo, voce e chitarra, come per sciogliere la ruggine e riprendere confidenza con il palco dopo due anni di pandemia, come se sentisse l'urgenza di tornare ai fondamentali, ai primi ferri del mestiere. Indossa l’abito solista per tre pezzi, non uno di più. Racconta che da giovanissimo cantautore veniva spesso chiamato a scaldare il pubblico per i concerti di altre band acclamate. Veniva pagato dopo tre brani: se il pubblico apprezza fai anche la quarta, non una di più, gli diceva il manager. «Non ne feci mai quattro, anzi spesso dovevo accelerare con l’esecuzione del terzo tagliando strofe. Di quei tempi ricordo questa lezione: voce e chitarra è bello, ma per non più di tre canzoni». Si chiama ironia, anzi, meglio: autoironia e la dovrebbero prescrivere in almeno due dosi, a volte anche tre, come vaccino ai veleni e all’odio di questi tempi.

 

Intona “Cose” per scaldarsi e scaldarci, e senza dirlo inizia a colorare questa notte sospesa come sono tutte le notti nell’era virus. “Come l'apocalisse in un racconto di fantascienza - graffia con l'armonica - come da un nocciolo di un'esplosione, come dal chiuso di una nazione”. Porta occhiali e berretto su una barba in disordine, una maglietta scura e pantaloni chiari, ha l'aria del lupo di mare sorpreso a scrutare l'orizzonte incerto dal molo di un porto in un'isola lontana, per decidere se restare o salpare. Mare è una di quelle parole che più ama modellare in coda alle strofe, come se fosse di creta. Ritorna spesso in una scaletta che, a dispetto di un tour intitolato “Greatest hits”, tra i classici lascia cadere come petali piccole gemme meno note o meno frequentate. È un mare che odora, che profuma, che prende a schiaffi in faccia, oppure è un mare nero come il petrolio, il mare di Titanic, qui messa in vetrina con l'abito della festa, canzone che dà il titolo a un album disseminato di presagi per l'incombere di disastri a tinte scure.

A rileggere oggi certi guizzi in rima sembrano profetici, come “La storia”, che innesca senza preavviso, liberando una scossa elettrica in piazza: «La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare, questo rumore che rompe il silenzio, questo silenzio così duro da raccontare». Nemmeno il tempo di emozionarsi, che un tappeto di basso e percussioni porta quell’idea di storia aperta, popolare, partecipata, sul lago di Garda con Il cuoco di Salò: «Anche un cuoco può essere utile in una bufera, anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare». Ancora barche, ancora acqua, ancora tempesta.

 

È strano e bello trovarsi qui, in questa notte pettinata da sbuffi di vento timido che passano tra ciuffi e chiome ingrigite: la piazza è la fotografia di due generazioni di italiani cresciuti con il suo canzoniere, ci sono madri e figli, ci sono cinquant’anni di Italia nutrita da Generale, che mio padre cantava quand’ero bimbetto mentre si radeva la barba la domenica mattina, o La leva calcistica del ’68, luogo letterario di un Paese eternamente nel pallone. Dedica “Buonanotte fiorellino” alle coppie clandestine, «qualcuna ce ne sarà anche in questa bellissima città», poi schiude il grappolo di note che fanno volare quell’enorme mistero della Donna cannone e lì Vicenza non regge più, si illuminano anche le ultime finestre dietro il palco, dai tetti spuntano teste e telefoni, si sente cantare fino alle contrade più lontane «e con le mani amore, per le mani ti prenderò, e senza dire parole nel mio cuore ti porterò».

 

Però questa è anche la vigilia dell’Undici settembre, sono giorni terribili, in cui la storia si raggomitola in un gigantesco gioco dell’oca, riportando le pedine al punto di partenza di vent’anni fa, quando il terrore entrò in diretta attraverso gli schermi delle tv nelle case di tutti. “Il vestito del violinista” è la delicata dedica alle vittime del Bataclàn, una preghiera blues che si spegne sulla parola futuro, prima di salutare la piazza con parole che ci siamo ripetuti infinite volte in questo anno e mezzo di tunnel: “Viva l’Italia, l’Italia che resiste”.


Ps: il Green pass è una gran cosa. Siamo ancora nell’occhio del ciclone della pandemia, eppure è possibile godere di serate come questa, grazie a un pubblico ordinato, grazie alla collaborazione di tutti, grazie all’organizzazione di Comune e “Due punti”. Senza Green pass non sarebbe stata la stessa cosa. Forse non sarebbe stata cosa, punto.
 

Gianmarco Mancassola

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