DA VEDERE

«The Wonder», Sebastián Lelio e una Florence Pugh miracolosa

Il regista cileno ci porta nell'Irlanda di metà Ottocento per una parabola a sfondo mistico che funziona grazie a una protagonista meravigliosa e a una messa in scena impeccabile

Che Netflix non sia solo un collettore di schifezze male assortite, un fast food per bulimici poco inclini alle tavole stellate del cinema d’autore - l’unico autorizzato a fare arte mentre il resto dei normali si occupa di intrattenimento -, dovrebbe ormai essere chiaro anche ai più inguaribili retrogradi. Non è pensabile oggi una fabbrica dei sogni che non poggi sulle spalle - e soprattutto sulle tasche - dei giganti dello streaming; e lo sarà ancora di meno in futuro, in un sistema ferocemente globale e poco incline a tollerare le nostalgie e l’autocommiserazione delle troppe vedove di Godard.

Insomma, meglio imparare a scegliere e a difendersi dall’eccesso di cattivo immaginario che piangere sulla pellicola versata; prendendo quello che di buono o addirittura di molto buono le piattaforme hanno da offrire, che non è poco e che spesso sconfina nell’ambito del cinema d’autore come siamo stati abituati a pensarlo.

Tanti gli esempi anche solo restando in casa Netflix. «Roma» di Alfonso Cuarón in primis, Leone d’Oro e tre Oscar in bacheca: dal red carpet allo streaming senza l’ecumenico passaggio in sala (con infinita sequela di polemiche e di lamentazioni). Ma anche Jane Campion con «Il potere del cane» (un Oscar), Paolo Sorrentino con «È stata la mano di Dio» e persino Martin Scorsese con «The Irishman».

Senza dimenticare la recente collaborazione con Guillermo del Toro (altro premio Oscar) per la serie weird-horror «Cabinet of Curiosities». Registi da fascia altissima ai quali ora si aggiunge il nome del cileno Sebastián Lelio, (manco a dirlo) premio Oscar con «Una donna fantastica» («Una mujer fantástica») nel 2018.

«The Wonder» («Il prodigio») il titolo dell’ultima fatica di Lelio, disponibile da qualche giorno esaurita l’immancabile trafila sui grandi schermi dei festival internazionali (da Toronto a San Sebastián). Protagonista una meravigliosa Florence Pugh, nelle vesti di un’infermiera inglese di metà Ottocento chiamata in Irlanda a certificare o meno la presenza di un miracolo.

Come? Sorvegliando giorno e notte una ragazzina che si dice sopravviva da quattro mesi senza toccare cibo; nel contesto di una famiglia povera e contadina, fiaccata dal male assoluto della grande carestia (che fece oltre un milione di morti e spinse altrettanti irlandesi a lasciare i verdi prati di casa), e di una comunità divisa tra chi vuole credere a tutti i costi e chi prova a fare appello alla ragione.

Finale a sorpresa ma nemmeno troppo, regia preziosa e raffinata, fotografia dal gusto pittorico che rende a meraviglia le tessiture ottocentesche dei costumi e delle ambientazioni, «The Wonder» sta in piedi soprattutto grazie all’attenzione e alla partecipazione con le quali viene costruito il rapporto tra l’infermiera Elizabeth e Anna la digiunante; un’atavica diffidenza che si scioglie in calore e che sublima in complicità, con le reciproche incomprensioni e i rispettivi dolori destinati ad annullarsi in un commovente abbraccio consolatorio, nella riaffermazione della vita sulla morte, del bene sul male, della luce sull’oscurità.

Non tutto è a fuoco, è vero, non tutto funziona come dovrebbe (il personaggio del giornalista William, in particolare), ma il respiro complessivo della narrazione coinvolge e tocca nel profondo, facendo leva sulla recitazione di una Pugh da tappeto rosso e su una colonna sonora, firmata Matthew Herbert, che si insinua tra le pieghe dello sguardo. Menzione di merito infine per l’idea di bucare per tre volte la quarta dimensione, rivolgendosi direttamente allo spettatore. Il regista si rivela e ci chiama in causa, testimoni anche noi del prodigio cinema. «We are nothing without stories», sussurra la voce narrante durante le sequenze iniziali. Non siamo niente senza storie. Da ascoltare. Da vedere. Alle quali credere.

Luca Canini