Ardente, mai doma L’ECUBA della Carr nella notte della ragione

Elisabetta Pozzi al centro della scena olimpica è una straordinaria interprete di Ecuba COLORFOTOGli attori del Centro Teatrale Bresciano in Ecuba DALLA POZZATeatro Olimpico rosso come il sangue nel gioco di luci F. DALLA POZZA
Elisabetta Pozzi al centro della scena olimpica è una straordinaria interprete di Ecuba COLORFOTOGli attori del Centro Teatrale Bresciano in Ecuba DALLA POZZATeatro Olimpico rosso come il sangue nel gioco di luci F. DALLA POZZA

Maurizia Veladiano VICENZA In un territorio liquido, dove tutto fluttua e si espande, l’ “Ecuba” di Marina Carr, prodotta dal Centro Teatrale Bresciano e tradotta da Monica Capuani, riscrive la tragedia di Euripide con parole potenti e nuove. Di scena all’Olimpico (si replica ancora stasera) nell’ambito del 72° Ciclo di Spettacoli Classici, il lavoro della drammaturga irlandese si propone come una cocente meditazione sull’eterno scempio generato dalla guerra. Il testo s’intreccia a un movimento linguistico in cui il tradimento, l’esilio, la sopraffazione dei vincitori sui vinti deflagra con feroce violenza nella mente dei personaggi. Dopo aver perso patria, marito e libertà, Ecuba deve fare i conti con il dolore più grande, la morte di Polissena e Polidoro, i figli sopravissuti alla caduta di Troia. Elisabetta Pozzi, nei panni della tragica regina di Ilio, osserva l’immane sfacelo con lo sguardo di chi ha visto e sperimentato troppo orrore per sperare in una rinascita. Sovrana, moglie e madre, destinata a portare su di sé il dolore dell’intera comunità, dilaniata da una sofferenza indicibile, questa donna piegata, eppure fierissima, si muove in uno spazio nel quale l’azione è allo stesso tempo vissuta e narrata. Umiliata e ridotta in schiavitù dal “barbaro” Agamennone, nell’ardita versione della Carr, Ecuba si trasforma in una creatura orgogliosa e volitiva in grado di muoversi sul palcoscenico del mito affermando una femminilità ardente e mai doma. Le sue parole sono fiaccole che ardono nella notte della ragione. Il suo dolore di madre si accompagna al disprezzo nei confronti di chi ha avuto bisogno di nascondersi dietro il paravento della bella Elena per giustificare la sua sete di conquista. La regia di Andrea Chiodi, mentre indaga tra le maglie di un conflitto titanico, conduce l’azione sul filo di un’essenzialità sincopata e dolente. Il bianco della scena (Matteo Patrucco) restituito da una striscia chiara abitata da sedie, sgabelli, valige e bauli trova nei costumi di Ilaria Ariemme, nelle luci di Cesare Agoni e nella preziosa colonna sonora di Daniele D’Angelo una sorta di habitat dalle scansioni meditatamente atemporali. In questo universo ampio e sospeso, Elisabetta Pozzi scivola con accenti franti e regali. Contro di lei c’è Odisseo (Fausto Cabra), ci sono gli achei, ma soprattutto c’è Agamennone, il nemico assoluto, che trova nell’interpretazione di Alfonso Veneroso un’ambiguità sofferta e pervicacemente autoassolutria. La sua voce, tormentata e profonda, tradisce il simulacro di un’umanità agonizzante, ferita a morte, vergognosa di se stessa, disperatamente alla ricerca di un improbabile riscatto. Un’umanità che, con accenti limpidi e fecondi, traspare invece in Polissena (Valentina Bartolo) l’incantevole figlia di Ecuba, immolata sulla tomba di Achille affinché il vento favorevole riporti in patria gli achei. In Polidoro (Alessandro Bandini) l’orgoglioso ultimogenito della regina di Ilio. E, se pur in forme più contraddittorie, nello stesso Neottolemo, il giovane figlio di Achille, risolto da un delicato Luigi Bignone. Barlumi d’innocenza in un mondo nel quale le donne sono umiliate e condotte al supplizio sacrificale. E tuttavia Marina Carr, drammaturga dal linguaggio incendiario e materico, ci porta verso un finale di partita tanto forte quanto imprevisto. La guerra di Troia non è scoppiata a causa della bella Elena, ma per sete di conquista. I figli di Polimestore, re di Tracia (un accorato Alfonso De Vreese) non sono stati uccisi da un’Ecuba bestiale e malvagia, pazza di dolore per l’assassinio di Polidoro, ma da un popolo che non conosce pietà. Sarà Cassandra, figlia negletta e dolente, interpretata da una suggestiva Federica Fracassi, a raccontare come sono andate davvero le cose: “ Gli achei volevano scrivere la loro storia, scolpire sulla pietra i loro miti, la loro versione dei fatti, con loro sempre come eroi, nobili, giusti, misericordiosi. No, erano loro i cani affamati, i barbari, i selvaggi, che arrivarono come ospiti e misero in ginocchio un’intera civiltà e, portando a compimento questo orrore, macchiarono la sua regina e il suo ricordo”. Olimpico al completo e grande tributo finale a uno spettacolo forte, emozionante, che fa della parola una materia viva, incandescente, capace di scavare nelle viscere di una bruciante attualità. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Maurizia Veladiano