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Padroni del tempo

Clara Toffano classe 3C, I.C. Don Bosco - Monticello Conte Otto (VI)

Era lì ad avvitare viti e bulloni: si era svegliato presto per completare il lavoro. Gli altri scienziati lo chiamavano Da Vinci. Erano tutti suoi amici: Galileo Galilei, Copernico, Rosalind Franklin (colei che aveva scattato la famosa “foto 51” sulla struttura del DNA), Armstrong (il primo uomo ad atterrare sulla Luna) e tanti altri. Erano tutti nella stessa stanza ad aiutarlo ad aggiustare la macchina del tempo. L’aveva costruita e aveva funzionato bene per un po’: per questo motivo tutti gli scienziati erano lì con lui; ma poi si era inceppata ed erano dovuti rimanere in quell’epoca.
Leonardo cercava di trovare il guasto per ripararlo, con una certa frenesia, perché gli ospiti erano piuttosto irritati, volevano tornare ciascuno nella propria epoca e alla propria casa – per quanti difetti potesse avere, era pur sempre il loro mondo!- . Dapprima, Da Vinci li fece accomodare attorno ad un tavolo di legno rettangolare, sopra il quale aveva aperto tutti i disegni del progetto studiato nei minimi dettagli, controllato in ogni particolare. Poi lo scienziato invitò i colleghi ad aiutarlo. Questi, increduli o quanto meno diffidenti, si misero ad assemblare pezzi e a montare meccanismi, e mano a mano che procedevano, cresceva in loro la curiosità, la tenacia, l’entusiasmo tipici di ogni scienziato. Per una volta erano tutti d’accordo, ed era stato Da Vinci a farli ragionare sull’importanza di unire conoscenze diverse allo scopo di ottenere un risultato. Leonardo inseriva degli stranissimi marchingegni, che ogni tanto facevano dei rumori alquanto insoliti, paragonabili al ticchettio di un orologio che, frettoloso, segna il tempo. Finalmente fu pronta.
Galileo girò con forza la manovella che dava l’avvio alla macchina: qualche vibrazione, qualche cigolio sempre più intenso e cupo… Ad un tratto però la macchina tacque ed uno squarcio la percorse di traverso, impedendone il funzionamento. Delusi, ma non demotivati, gli scienziati si rimisero al lavoro; qualcuno sbuffava, ma Leonardo li incoraggiava a continuare l’impresa. Ecco, la macchina era pronta, più solida di prima. “Faccio io”- disse Rosalind Franklin, avvicinandosi sicura. Subito dopo l’avvio, la macchina cominciò ad emettere i soliti rumori, traballando minacciosamente. Erano tutti intorno col fiato sospeso, come succede quando si è lavorato a lungo per qualcosa e se ne attende il risultato.
Ed ecco che l’oggetto creato iniziò ad emettere strani rumori. La macchina traballava e sussultava e da essa cominciarono ad uscire farfalle grandi quanto una mano, pterodattili dal becco adunco che subito attraversarono le finestre per andare a volare nel cielo stellato; in lontananza, si sentivano frasi e citazioni di grandi personaggi che erano vissuti nel tempo: Alea iacta est…. Liberté, egalité, fraternité… Huston, abbiamo un problema…. C’era un grande senso di confusione, che veniva peggiorato dalle basse temperature dell’era glaciale, e poi dalle alte temperature del deserto del Sahara che si avvertivano quando ci si avvicinava alla macchina. Nessuno si muoveva o parlava. Erano rimasti tutti a bocca aperta per quello che era successo, ma Leonardo Da Vinci, il più temerario, si avvicinò alla sua creazione e, come fosse viva, l’ accarezzò più volte. Gli eventi strani cessarono, tutti gli scienziati si presero per mano e abbracciarono la macchina del tempo in segno di contemplazione e di speranza.
E’ sempre stato il sogno di molte persone poter viaggiare nel tempo, ma nessuno era mai riuscito a completare e finire il lavoro. Ora, grazie alla determinazione di tutti gli scienziati, l’impossibile era divenuto possibile. Erano riusciti a costruire la macchina del tempo in una sola notte, e quando finalmente tornarono tutti a casa, era ormai giorno. L’alba di Leonardo era illuminata di perla, di cristallo e di quel rosa che gli riscaldava il cuore. Nonostante la luce penetrasse dalle finestre, si era addormentato stanco e col sorriso sulle labbra, grazie a quello che aveva creato.
Il tempo, che l’uomo aveva inventato, non ne era più il padrone: lui l’aveva controllato!


Clara Toffano classe 3C
I.C. Don Bosco - Monticello Conte Otto (VI)

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