Le erbe di Filippetto

La locanda a Peschiera dei Muzzi celebre per la selvaggina e lo spiedo, convince d´estate anche con le verdure
I fiori di zucca fritti, impanati con la mozzarella|
 Reale di filetto con polenta: la carne è un classico del locale|
 Bianca Tecchio, figlia di Marsilia, gestisce “da Filippetto”
I fiori di zucca fritti, impanati con la mozzarella| Reale di filetto con polenta: la carne è un classico del locale| Bianca Tecchio, figlia di Marsilia, gestisce “da Filippetto”
I fiori di zucca fritti, impanati con la mozzarella|
 Reale di filetto con polenta: la carne è un classico del locale|
 Bianca Tecchio, figlia di Marsilia, gestisce “da Filippetto”
I fiori di zucca fritti, impanati con la mozzarella| Reale di filetto con polenta: la carne è un classico del locale| Bianca Tecchio, figlia di Marsilia, gestisce “da Filippetto”

Camillo Curioni, che a 86 anni è un grande esperto di gastronomia e non solo un eccellente primario che ha tracciato un solco al San Bortolo, è stato il loro mentore. Li ha scoperti e lanciati quando Gino Veronelli iniziava timidamente a parlare di cucina in televisione con Ave Ninchi. Si parla di quarant'anni fa: Curioni scoprì questa locanda alle porte di Sovizzo, a Peschiera dei Muzzi, e la trasformò in luogo di sperimentazione gastronomica. Lui suggeriva (vogliamo dire ordinava?) e Marsilia Cocco, instancabile in cucina, seguiva diligente le indicazioni. “Sì, professore”, ripeteva. E mentre il marito si preoccupava di togliere lo spiedo quando aveva finito di girare, lei riusciva a cucinare le difficili fòlaghe, oppure a creare - tanto per citare un piatto inconsueto e oggi irripetibile - il risotto con i fringuelli. Oppure preparava la pera cotta con lo zabaione al Verduzzo di Ramandolo: “E mi raccomando che sia Verduzzo di Ramandolo”, ammoniva il professore.
Da Filippetto Curioni portò anche l'Accademia della Cucina oppure gli amici illustri, come Paolo e i fratelli Marzotto (ma anche il nipote Stefano ha proseguito la passione di famiglia), al punto che la locanda diventò una scelta sicura per le cene aziendali. Oddio, mica potevano invitare tutti. Lo spazio, allora come oggi, è stretto: due stanze e trenta coperti, ma l'atmosfera calda e informale, assieme alla qualità delle proposte hanno trasformato l'osteria in un riferimento gastronomico non solo per i vicentini. Il passaparola è più forte di ogni recensione.
Ne è convinta oggi anche Bianca Tecchio, che rifugge dalle guide e punta tutto sul low profile. Una laurea in giurisprudenza a Padova con 110 e lode, un praticantato da notaio, Bianca ha preso in mano la gestione del locale di famiglia dopo la scomparsa della mamma Marsilia, un anno e mezzo fa. Ma da molto, molto prima la aiutava in cucina: per la gastronomia ha una forte passione e indubbie capacità. Questione di geni ereditari? Non solo. Alle pareti, accanto ai diplomi dell'Accademia della Cucina e ai manifesti delle mostre d'arte, ci sono anche le fotografie: quella del nonno ventenne, pilota nella Prima Guerra mondiale, quando gli aerei erano biplani dalle ali di tela e Francesco Baracca sfidava il Barone Rosso. Le immagini raccontano una storia iniziata 160 anni fa con il mitico Filippetto, appunto, al quale è ancora intitolata l'osteria. Intitolata per modo di dire, perché sulla facciata del vecchio edificio l'unica insegna che si legge è quella in pietra “Via Peschiera dei Muzzi”. La quale, come ricorda Gianfranco Sinico, non ha niente a che vedere coi mussi, gli asini quadrupedi, bensì con la famiglia Muzzi, notabili proprietari di una fetta della valle dell'Onte, che nel XVIII secolo fecero costruire anche la chiesetta alla Madonna cui è intitolata la sagra che si tiene tra un paio di settimane.
Basso, bassissimo profilo come filosofia di vita, nonostante i vip che hanno frequentato (con tanto di scorte) e ancora frequentano Filippetto. La carne e la selvaggina, magari con le prede portate dagli stessi commensali-cacciatori, è sempre stata il punto di forza del locale, per il quale è giustamente conosciuto: del resto lo spiedo è una filosofia, non semplicemente una tecnica di cottura.
Ma con gli anni, e in particolare con Bianca Tecchio il ventaglio delle proposte si è allargato, al punto da ricomprendere anche il pesce, per esempio. Ma in queste serate d'estate può capitare di vedervi servito (niente carta, non esiste, il menu è uguale per tutti) come antipasti la classica sopressa e giardiniera, quindi le zucchine fritte, i fiori di zucca impanati con la mozzarella, un risotto alle verdure di classe e poi le penne alle sette erbe. Piatti semplici, equilibrati e gustosi, che rispettano la tradizione, certo, e dimostrano l'inesausta vitalità di un locale che sa rinnovarsi con intelligenza. Come deve essere la gastronomia.

Antonio Di Lorenzo