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La macchina che vinse la guerra

Chiara Zanuso, classe 3B - I.C. Don Bosco Monticello Conte Otto

Buongiorno a tutti. Ci presentiamo: io sono Alan Turing, crittografo e matematico inglese; lei è la mia creatura Colossus, per gli amici Christopher, una macchina “intelligente”, in grado di decifrare i codici nazisti.
La nostra storia comincia quando l’Inghilterra entra in guerra, nel 1939. Allora si stavano cercando delle menti abbastanza geniali, disposte a sopportare il peso di molte ore di lavoro su codici e calcoli per decrittare i messaggi mandati da Enigma, macchina usata dai nazisti per comunicare in segreto.
Nel 1941 sono arrivato al dipartimento delle comunicazioni per sostenere un piccolo “esame” di ammissione. Anche se non sapevo il tedesco, sono stato accettato e trasferito a Bletchley Park, dove ho cominciato a condurre i miei studi sulla macchina decritta-codici.
Assieme al dottor Newman, nel 1942, ho cominciato a costruire Christopher, il primo computer. Ad aiutarci c’era la nostra squadra di crittografi e Joan Clarke, laureata in matematica, che ci forniva le informazioni dalla centrale radiofonica.
La costruzione di Christopher è stata molto complicata: bisognava farlo funzionare il più velocemente possibile, era necessario trovare una combinazione di pezzi e di cavi che potesse intercettare il maggior numero di messaggi, poiché questi viaggiavano in poco tempo e molto velocemente. Mi sono ispirato al principio di funzionamento analogo a quello del telefono. Mi spiego: nel pannello posteriore i cavi sono collegati a delle prese in riferimento alle 26 lettere dell’alfabeto, poiché i simboli presenti nei codici corrispondono a lettere che formano frasi.
Abbiamo finito di costruire Christopher circa tre mesi e mezzo dopo, ma c’era un problema: il segnale non era abbastanza veloce, e quindi era impossibile che i codici crittati venissero captati e poi tradotti. Fortunatamente, dopo cinquanta giorni di studio, il dottor Hugh Alexander ha trovato un modo per rendere Christopher più veloce: i cavi, al posto di essere collocati in verticale, dovevano stare incrociati (in diagonale), così i codici sarebbero arrivati prima. Eppure, la macchina non bastava ancora. Eravamo vicini allo scoraggiamento.
Una sera la mia squadra ed io siamo andati ad un pub di Bletchley Park per farci quattro risate e staccare il pensiero dal lavoro. Lì abbiamo incontrato Joan Clarke, che aveva passato la serata con una collega e amica. Tra un discorso e l’altro, questa compagna della Clarke ci ha rivelato che ogni giorno lei riceveva messaggi anonimi. “Strano – disse – iniziano sempre con lo stesso codice”. In quel momento ho avuto un’illuminazione: ecco perché Christopher non captava da solo i messaggi! Dovevamo dare noi l’input! In velocità ho ringraziato la collega di Joan e sono corso alla baracca dove lei lavorava, seguito dai miei compagni. Abbiamo rovistato tra i fogli e abbiamo preso quelli indicati dalla ragazza. Dopodiché siamo corsi alla baracca dove c’era la mia invenzione e, con l’aiuto Joan che mi dettava, ho collocato i cavi nel modo giusto, per dare a Christopher l’input. I cavi erano messi in modo che la macchina potesse ricavare il codice in un campo più ristretto di parole delle quali cercare il significato, e dal codice risalire al messaggio mandato da Enigma. Subito abbiamo attivato il congegno e siamo stati in attesa di una risposta. Ad un certo punto, i cilindri rotanti situati nel pannello anteriore si sono bloccati. Subito ho preso un taccuino e una matita e ho annotato le lettere comparse nella parte sinistra di ogni cilindro. Trascritte le lettere del primo settore, siamo corsi alla scrivania, dove c’era una macchina che svolgeva la stessa funzione di Enigma. Abbiamo digitato il codice e… Sì, ce l’avevamo fatta! Avevamo decrittato il primo codice nazista! In pratica la vittoria era nelle nostre mani. Nei mesi seguenti abbiamo lavorato senza sosta per decrittare il maggior numero di codici: riuscimmo ad ottenere preziose informazioni a favore delle forze alleate.
A guerra finita, abbiamo bruciato qualsiasi traccia per impedire ai tedeschi di impossessarsi della mia invenzione. Lei, invece, la macchina, l’ho portata nella mia abitazione a Londra.
Noi di Bletchley Park potevamo solo essere felici, perché grazie a me, e grazie a Christopher, abbiamo accorciato la guerra di due anni e salvato la vita di quattordici milioni di persone.

Chiara Zanuso
classe 3B - I.C. Don Bosco Monticello Conte Otto (VI)

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