<img height="1" width="1" style="display:none" src="https://www.facebook.com/tr?id=336576148106696&amp;ev=PageView&amp;noscript=1">

Intervista cosmica

Irene Carlotto, classe 3^C, I.C. Don Bosco – Monticello Conte Otto

- Un buongiorno a tutti i telespettatori che ci seguono da sempre e a quelli che hanno girato canale in questo momento!  Oggi, direttamente dallo spazio, ci colleghiamo con la prima donna italiana che è riuscita a mettere piede in una stazione spaziale… Samantha Cristoforetti!

-  Buongiorno a tutti!

- Buongiorno a te, Samantha! Innanzi tutto un grazie di cuore per aver accettato l'intervista!

- Si figuri! È sempre un piacere poter comunicare la propria esperienza, specialmente se è così speciale.

- È  risultata tra le sei migliori di una selezione alla quale hanno preso parte 8500 candidati diventando astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea come prima donna italiana e terza europea… Come si sente?

- Per me tutto questo è assolutamente fantastico… Fin da piccola desideravo diventare astronauta, ho sempre avuto passione per la natura e sono sempre stata attratta dalle stelle. Questo è un sogno che si avvera;  quando mi hanno comunicato che avevo raggiunto un simile traguardo stavo per mettermi a urlare dalla gioia!

- Quale ruolo ha a bordo?

- Io sono partita nella Soyuz come ingegnere di bordo, una sorta di co-pilota, anche se non si può davvero dire che la navicella si piloti come un aeroplano. L’equipaggio della Soyuz, la piccola astronave russa che ci ha portato nella Stazione Spaziale Internazionale, era composto da tre persone. Nel posto centrale sedeva il comandante, che è un cosmonauta russo. Nel mio caso si tratta di Anton Shkaplerov, al suo secondo volo nello spazio. Io ero seduta nel posto di sinistra. Il terzo uomo dell’equipaggio era Terry Virts, della NASA. Quando siamo entrati nella Stazione Spaziale internazionale Alpha abbiamo trovato alcuni colleghi che ci aspettavano a bordo: il comandante Barry E. Wilmore della Nasa e i russi Aleksandr Samokutyayev ed Elena Serova. Con loro siamo diventati adesso l'equipaggio 42 della Iss.

-  Durante il suo soggiorno nello spazio cosa ha scoperto?

- Tantissime cose: la nostra missione, battezzata “Futura”, ci vede direttamente coinvolti in circa 200 esperimenti scientifici, tra cui quelli italiani selezionati dall’Asi e da altre agenzie, come la Nasa, l’agenzia europea o quella giapponese. Per farvi un esempio, mi sono divertita a curare gli “astromoscerini spaziali”, moscerini della frutta o, per essere più formali, i Drosophila Melanogaster. Avevo il compito di nutrirli e poi di suddividerli, mettendone una parte in cassette nelle quali veniva simulata la rotazione terrestre, e una parte in luoghi con assenza di peso. Altro animaletto è un verme lungo un millimetro, chiamato Caenorhabditis Elegans. Proprio come per i moscerini della frutta, vogliamo che gli esemplari si riproducano: in totale quattro generazioni cresceranno a bordo e i campioni di ciascuna generazione, adulti e larve, verranno conservati nel congelatore per il ritorno. Ho estratto i discendenti utilizzando una siringa speciale, dotata di un filtro che non lascia passare i vermi adulti più grandi. Gli adulti della prima generazione sono rimasti nel sacchetto di coltura originale e sono stati congelati, mentre ho inserito i membri della seconda generazione in un altro sacchetto di coltura per lasciarli incubare ulteriormente. Lo scopo dell’esperimento è studiare i cambiamenti epigenetici ereditati: questo significa i cambiamenti nell’espressione genica, ma non nel DNA stesso. Mettiamola così: l’ambiente non può cambiare i geni nel DNA, ma può influenzare come i geni vengano espressi, o “attivati”. I vermi si adatteranno all’assenza di peso e questo produrrà delle modifiche alla loro espressione genica, quindi la domanda è: come, e se, saranno ereditati questi cambiamenti dai discendenti.

- Tutto ciò è molto interessante. Ma ora, Samantha, ci parli della sua esperienza personale, come giovane donna, di qualcosa che l’ha colpita particolarmente in questa sua avventura.

- Ad essere sincera, l’esperienza più strana è stata scoprire l’odore dello spazio… Di per sé lo spazio non ha odore, ma conserva il tipico odore dei materiali che sono stati esposti al vuoto. Non un odore piacevole, vi dirò: la componente dominante è “odore di bruciato” con un pizzico di “stantio”. Per fortuna un po’ alla volta ci si abitua e non si sente più!

- Mancano ancora ancora alcuni mesi alla fine della missione… È possibile fare un bilancio provvisorio?

- Direi di sì. È un bilancio sicuramente positivo. Oltre al valore scientifico della missione, mi piace ripercorrere i momenti più significativi dell’avventura fin qui condotta. Posso dire che sicuramente la partenza è stata un’esperienza fantastica: il lancio, la corsa sfrenata verso l’orbita, lo spegnimento improvviso dei motori, e il mio corpo che voleva fluttuare via dal seggiolino. Le prime occhiate alla Terra, il primo sorgere del Sole, le stelle, il cielo buio…. Sono sensazioni che non mi toglierò mai dalla mente! E ancora, il volo parabolico, che mi ha permesso di sperimentare per la prima volta l'assenza di peso, una vera e propria sensazione di libertà.

- Il tempo a disposizione per il collegamento è purtroppo terminato, la lasciamo tornare al suo lavoro e la ringraziamo molto per la sua disponibilità.

- Grazie a voi! Buona serata!

- Buon proseguimento della missione: un applauso a tutto l’equipaggio dalla nostra redazione e da tutto il nostro pubblico.


Irene Carlotto  classe 3C
I.C. Don Bosco – Monticello Conte Otto (VI)

Suggerimenti