Chiuppano

Il maggior creditore non vota, Gas Jeans verso il fallimento: a rischio 200 posti

Trentasette anni dalla prima collezione, il richiamo internazionale di un brand made in Italy che nonostante la crisi è ancora vivo nel mondo. Fine dell’era Gas Jeans, salvo un miracolo. Il maggior creditore, il fondo Corporate credit recovery II che fa capo alla società DeA Capital, controllata dal Gruppo De Agostini (azionisti le famiglie Boroli/Drago), non ha votato il piano di concordato dell’azienda di Chiuppano, il cui termine era stato fissato alla mezzanotte di mercoledì. Il commissario giudiziale Guerrino Marcadella quando ha aperto il computer ieri mattina non ha trovato alcuna comunicazione. Un silenzio che per la legge vale come dissenso e quindi voto negativo. Ora per la Grotto spa, conosciuta per il marchio di denim e abbigliamento, si apre la via del fallimento con il licenziamento dei 200 dipendenti.

NON C'È LA MAGGIORANZA. Il piano quinquennale per ripagare i creditori che prevedeva il pagamento integrale dei crediti privilegiati e prededucibili e il 20% dei chirografari rimodulabili al rialzo con le iniziative commerciali e l’esito delle azioni risarcitorie in corso non ha quindi raggiunto la maggioranza per essere omologato. Nonostante fosse già arrivato il sì del secondo maggior creditore, la società del Tesoro Amco, che aveva “ereditato” quasi 13 milioni di debiti bancari della Gas delle ex Popolari venete diventati crediti deteriorati. Ma su un passivo di quasi 80 milioni accumulati nel tempo tra crisi e sogni del patròn Claudio Grotto, i chirografari (soddisfatti solo dopo i privilegiati) sono 62 milioni: l’ago della bilancia nel voto era rappresentato dal fondo di DeA Capital con quei 34,5 milioni di crediti a medio-lungo termine rilevati dalle banche creditrici ad inizio 2018. E poco importa se i fornitori strategici e naturalmente i soci per i loro finanziamenti avessero dato il loro favore. A mancare è il voto del maggior creditore che ieri non ha voluto rilasciare alcun commento.

VICENDA INCRANCRENITA. Un dissenso che per il legale Federico Casa, legale dell’azienda con Fabio Sebastiano e Paolo Dal Soglio, va letto con un’unica ragione: «DeA ritiene che non possa essere votato un concordato che consentirebbe ai Grotto di tornare in bonis». Storia incancrenita fatta di piani industriali falliti a partire dal 2010 e fino al 2018, che hanno visto via via l'azienda di proprietà dei fratelli Grotto attraverso la srl Luna precipitare nel dissesto. Fino alla richiesta il 24 giugno 2019, dopo anni di crisi, di essere ammessa alla procedura di concordato strumento necessario per preservare in un contesto protetto la continuità e garantire prosecuzione dell'attività, ma con l’impegno di un nuovo piano. Un’opera complessa in un mare in tempesta con l’ulteriore scoglio della pandemia: a pilotare la nave fu chiamato il 19 ottobre di due anni fa il commercialista di Schio Cristiano Eberle, considerato professionista esperto in crisi d’impresa vicino e sensibile al territorio. Cambiata la squadra di legali. Nuovo piano, più volte integrato anche rispetto all’emergenza sanitaria, udienza dei creditori cinque volte rinviata. Ieri l’epilogo.

GLI SCENARI. Il commissario invierà ora l'esito della votazione al giudice Giuseppe Limitone che fisserà un’udienza pre-fallimentare essendoci un’istanza di fallimento della Procura. L’anticamera in buona sostanza del fallimento che potrebbe essere dichiarato per fine novembre». Possibili vie d’uscita? In teoria un altro concordato che presuppone però sempre di tornare al voto con DeA dissenziente. Lo scenario che si apre è la nomina del curatore, i licenziamenti del personale, la liquidazione dell’azienda più o meno spacchettata e del brand. Acquirenti? Non ci sono stati finora, ovvero le manifestazioni di interesse, come emerso anche dalle varie relazioni, non sono andate a buon fine. Sogni? Nessuno li vieta.

Roberta Bassan

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