Il rapporto

Italia senza manodopera: «Ottantamila stranieri e si esce dall’emergenza»

L’economia dell’immigrazione nell’analisi della Fondazione Leone Moressa
L’edilizia è tra i settori in cui i lavoratori stranieri incidono di più sul Pil ARCHIVIO
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Gli imprenditori - in particolare, Confindustria - lo sostengono da tempo. I sindacati - segnatamente, la Cisl - lo confermano. E adesso la Fondazione Leone Moressa lo certifica. «Per tornare ai livelli occupazionali pre-covid, l’Italia avrebbe bisogno di circa 534 mila lavoratori. Considerando l’attuale presenza straniera per settore, il fabbisogno di manodopera straniera sarebbe di circa 80 mila unità». È una delle conclusioni a cui arriva il rapporto 2022 sull’economia dell’immigrazione, presentato ieri a Roma, alla Camera dei deputati. 

Gli ingressi

Gli stranieri residenti in Italia sono circa 5 milioni e 200 mila, divisi più o meno a metà tra donne e uomini. Dopo essere triplicati nei dieci anni fra il 2003 e il 2013, ora sono sostanzialmente stabili. Dopo le chiusure per la pandemia, i permessi di soggiorno sono in crescita: 274 mila nel 2021. Il primo canale di ingresso è il ricongiungimento familiare (44%); quelli per lavoro sono in aumento (18,5%), ma restano molto più bassi rispetto alla media europea (29,8%). Sono mediamente giovani, gli immigrati: il 77 per cento si colloca tra i 15 e i 64 anni, mentre gli italiani nella stessa fascia d’età sono il 62 per cento; i bambini (0-14 anni) tra gli stranieri sono il 17,5 per cento, tra gli italiani il 12,2%.

 

L’occupazione

Gli occupati stranieri nel 2021 risultano 2,26 milioni, il 10 per cento del totale. Hanno risentito della pandemia più degli italiani: se fino al 2019 il tasso di occupazione degli stranieri era costantemente più alto di quelli degli italiani, dal 2020 il rapporto si è invertito. Questo anche per il fatto che i lavoratori non qualificati sono il 31,7 per cento tra gli stranieri, contro l’8,5% tra gli italiani. Nonostante siano concentrati nelle fasce medio-basse, i lavoratori immigrati - spiega ancora il rapporto della Fondazione Leone Moressa - producono 144 miliardi di valore aggiunto, dando un contributo al Pil pari al 9%. In Veneto gli occupati immigrati sono 241 mila e generano un Pil pari a 17 miliardi di euro, circa il 12 per cento del Pil regionale. Sono tre i settori in cui l’incidenza sul Pil è più sensibile, cioè l’agricoltura, la ristorazione e l’edilizia; vengono poi la manifattura, il commercio e i servizi. Nel contempo stanno aumentando gli imprenditori immigrati, oggi 753 mila, pari al 10% del totale. In dieci anni (2011-21) sono cresciuti del 31,6%, mentre gli italiani sono diminuiti dell’8,6%, e sono attivi soprattutto nei settori del commercio, dei servizi e delle costruzioni. In Veneto sono 65 mila: scendendo nel dettaglio provinciale, ne troviamo 14.500 a Verona, 12.600 a Treviso, 12 mila a Padova, 11.800 a Venezia, 9.700 a Vicenza, 2.800 a Rovigo, 1.800 a Belluno.

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Redditi e fisco

Si stima che i contribuenti stranieri in Italia siano poco più di 2 milioni, per 27 miliardi di euro di redditi dichiarati nel 2021 e 3,3 miliardi di Irpef versata. In Veneto i contribuenti nati all’estero sono 452 mila, generano redditi per 6,8 miliardi e pagano 0,9 miliardi di euro di Irpef. Il dettaglio provincia per provincia veneta è elencato nella tabella qui sopra. Secondo la Fondazione Leone Moressa, «nonostante la pandemia abbia determinato un calo nei redditi dichiarati da contribuenti immigrati (-4,3%), il saldo tra il gettito fiscale e contributivo (entrate, 28,2 miliardi) e la spesa pubblica per i servizi di welfare (uscite, 26,8 miliardi) rimane attivo per +1,4 miliardi di euro. Gli immigrati, prevalentemente in età lavorativa, hanno infatti un basso impatto sulle principali voci di spesa pubblica come sanità e pensioni».

Il fabbisogno

Come si diceva, la stima del fabbisogno occupazionale in Italia supera il mezzo milione di lavoratori, di cui 80 mila stranieri, soprattutto nel commercio, nella ristorazione e nei servizi. E gli altri? Si dovrebbero valorizzare di più le donne e i giovani. «Il tasso di occupazione femminile in Italia è il più basso d’Europa dopo la Grecia»: per arrivare alla media europea, in Italia dovrebbero entrare nel mercato del lavoro 1,2 milioni di donne. «Potenziare i servizi di cura creerebbe posti di lavoro e consentirebbe l’inserimento delle donne nel mercato». Infine, i giovani: 1 su 4 è un “neet”, cioè non studia e non lavora. Le poche opportunità portano alla fuga all’estero: quasi 400 mila negli ultimi dieci anni, in buona parte laureati.

 

Gianmaria Pitton