Veto dell'Ue

BpVi-Veneto Banca
Svelato il piano
di fusione bocciato

La sede dell'ormai ex Banca Popolare di Vicenza in via Btg Framarin
La sede dell'ormai ex Banca Popolare di Vicenza in via Btg Framarin
La sede dell'ormai ex Banca Popolare di Vicenza in via Btg Framarin
La sede dell'ormai ex Banca Popolare di Vicenza in via Btg Framarin

VICENZA. Un piano di fusione "lacrime e sangue" con 3.900 esuberi, un taglio di filiali che «equivale alla chiusura di una delle due banche», 4,7 miliardi di aumento. Sono i numeri di "Tiepolo", il progetto messo a punto dalle banche venete e che gli istituti oggi rendono disponibile: se la ricapitalizzazione precauzionale avesse avuto l’ok Ue, il Tesoro sarebbe diventato proprietario della banca del Nord Est e non solo degli attivi "malati", con la promessa nel piano, di ricevere 600 milioni di cedole entro il 2021.

 

«Abbiamo pubblicato il piano, ognuno lo può valutare. Quello che posso dire era che il piano era fatto seriamente e che il management ha lavorato bene. Poi il regolatore non ha ritenuto che meritasse la copertura finanziaria dello Stato. Se non ci hanno creduto pazienza, ora bisogna pensare al futuro». È amareggiato e con poca voglia di parlare l’ormai ex presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Mion, nel giorno della pubblicazione del progetto di fusione delle banche venete, tramontato dopo il veto dell’Ue. 

 

Obiettivo del progetto Tiepolo, a cui aveva lavorato il top management sotto la guida di Fabrizio Viola, era «ricostruire una banca semplice e attrattiva». «Questo documento riassume il piano di ristrutturazione e fusione per il rilancio di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca che, oltre a rendere nuovamente solido lo stato patrimoniale, ha l’obiettivo di definire uno sviluppo sostenibile per la nuova banca» si legge nel documento reso disponibile da Bpvi dopo che si è dato corso alla liquidazione dei due istituti, con oneri per oltre 5 miliardi e impegni fino a 17 miliardi a carico dello Stato. Il piano, che prevedeva un aumento di capitale da 4,7 miliardi di euro per assicurare solidità patrimoniale, era stato approvato a febbraio dalle banche ed è stato il presupposto della richiesta di ricapitalizzazione precauzionale avanzata dai due istituti a metà marzo. «La richiesta al Mef poggiava su un realistico progetto di ristrutturazione e di rilancio, denominato "Tiepolo 2.0"» ha scritto il Cda di Bpvi venerdì scorso, rammaricandosi per il fatto che «tempo trascorso dalla sua messa a punto» - aggravando le condizioni delle banche - avesse «reso impossibile» reperire i capitali privati chiesti dalla Ue.

Il piano contemplava anzitutto un drastico taglio dei costi (con un obiettivo di cost-income al 51% nel 2021): per farlo erano stati messi in cantiere 3.900 esuberi su 11 mila dipendenti (di cui 1.500 legati alla cessione degli asset) e il taglio del 37% delle filiali (da 974 a 617).

In secondo luogo era prevista una «pulizia massiva» del portafoglio crediti, con 2,7 miliardi di rettifiche entro fine 2017 e altri 700 milioni entro il 2019 (frutto della riclassificazione di 1,9 miliardi di crediti da ’in bonis’ a deteriorati). Il tutto accompagnato da una forte riduzione degli attivi rischiosi, con la vendita di 13,7 miliardi di sofferenze e di attività non strategiche per circa 850 milioni e la riduzione delle Rwa (asset ponderati per il rischio) da 41 a 30 miliardi.

Grazie a queste misure a una lenta ripresa dei ricavi  +2,8% annuo grazie a 120 milioni di incentivi per recuperare depositi), il piano di Viola prevedeva - dopo un 2017 e 2018 ancora gravati dai costi di ristrutturazione (con 3,5 miliardi di perdite cumulate attese) - il ritorno all’utile nel 2019 (12 milioni) per poi accelerare nel 2020 (226 milioni) e nel 2021 (377 milioni), quando i profitti sarebbero stati destinati interamente a dividendo. Con l’obiettivo, per rilanciare la banca, anche di assumere 500 «giovani talenti».