Sacco, Vanzetti
e gli Usa
La giustizia
manipolata

TEATRO. Lunghi applausi al S. Marco per il dramma di denuncia messo in scena dal Gad Trento. Ottime le interpretazioni, solo qualche passaggio allenta la tensione Lo schermo a metà scena diventa una barriera che isola gli attori
La bandiera americana fa da sfondo ironico al tribunale che condannerà Sacco e Vanzetti. COLORFOTO
La bandiera americana fa da sfondo ironico al tribunale che condannerà Sacco e Vanzetti. COLORFOTO
La bandiera americana fa da sfondo ironico al tribunale che condannerà Sacco e Vanzetti. COLORFOTO
La bandiera americana fa da sfondo ironico al tribunale che condannerà Sacco e Vanzetti. COLORFOTO


VICENZA
La versione teatrale della storia di Sacco e Vanzetti, scritta da Mino Roli e Luciano Vincenzoni, sabato scorso al teatro S. Marco per la Maschera d'oro, mette bene in evidenza i due livelli del dramma: quello profondamente umano, cioè la vita, gli affetti, gli ideali di due innocenti condannati a morte, la loro incredulità nel vedersi consegnati alla pena capitale, l'alternarsi angoscioso di speranze e disillusioni nei sei anni dalla sentenza all'esecuzione. E poi il livello politico-sociale, la rappresentazione di un sistema giudiziario asservito ad altri scopi che non la giustizia, gli inutili appelli di personalità della cultura, le proteste nelle piazze di tutto il mondo – tranne che in Italia, ma si era negli anni Venti. Il Gad Trento, che dal 2009 porta in scena l'opera per la regia di Alberto Uez, riesce a dare la giusta attenzione a entrambi i livelli, che si compenetrano, ma restano distinti: il percorso umano di Sacco e Vanzetti, le loro paure, i loro cedimenti, il loro trovare coraggio nell'amicizia sono resi con efficacia dagli interpreti, Mauro Gaddo (il ciabattino Nicola Sacco) e Gabriele Penner (il pescivendolo Bartolomeo Vanzetti); dovendo scegliere due scene in particolare, spiccano per Gaddo l'ultimo colloquio in cella con la moglie di Sacco, Rosa, interpretata dalla brava Giuliana Germani: è impresa ardua capire davvero cosa possa provare un condannato a morte mentre dà l'addio all'amore della sua vita, tuttavia gli attori trasmettono l'intensità delle emozioni, fino a far sperare allo spettatore l'impossibile, cioè che arrivi la grazia dal governatore. Penner dà il meglio nel vibrante discorso di Vanzetti in tribunale: "Sono così convinto di essere nel giusto, che se voi poteste ammazzarmi due volte, e due volte potessi rinascere, rifarei tutto quello che ho fatto".
Penner-Vanzetti ammette, sì, di essere colpevole: le sue colpe sono quelle di essere anarchico e italiano. Questo è il punto di contatto fra la tragedia umana e il dramma sociale, perché divenne chiaro, già nel corso del processo e più chiaramente negli anni successivi, fino alla completa riabilitazione di Sacco e Vanzetti, che la loro effettiva responsabilità nella rapina e nel duplice omicidio di South Baintree era un elemento secondario: il sistema aveva bisogno di colpire due presunti sovversivi per dare una lezione a tutti gli altri, per far capire che l'America non si sarebbe mai piegata ai "nemici" interni, fossero politici di idee radicali o comuniste, fossero stranieri mal integrati nella comunità.
Il cuore di tenebra dell'opera di Roli e Vincenzoni è un colloquio fra il giudice Thayer, il procuratore Katzmann (un bravo Jacopo Roccabruna) e due individui, Brown e Smith, personificazioni del potere politico ed economico. Brown e Smith fanno capire che la colpevolezza di Sacco e Vanzetti è "necessaria", l'inquietudine e il disagio crescenti degli americani devono trovare una valvola di sfogo, un capro espiatorio. Giudice e procuratore non possono sottrarsi, invischiati nelle stesse logiche di potere a cui devono la propria posizione. Così costruiscono un castello di ipocrisia contro cui nulla può la difesa, che pure dimostra l'inattendibilità di alcuni testimoni, la manipolazione esercitata su altri, l'inconsistenza delle prove.
La forza drammatica dello spettacolo rimane quasi sempre alta, solo nell' ultima parte, quella del carcere, la tensione si allenta: alcuni passaggi potrebbero essere asciugati senza danni per la trama. La scelta più coraggiosa di Uez è lo schermo semitrasparente, collocato a tre quarti della scena, su cui si proiettano filmati d'epoca e le scritte che scandiscono giorni e luoghi della storia. Pare il tentativo di portare in scena modalità tipiche dei "docu-drama" televisivi, ma non convince del tutto: la maggior parte delle scene avviene infatti dietro lo schermo, e nonostante le luci gli attori appaiono sfocati, immersi in un effetto flou che infastidisce.
I lunghi applausi del pubblico hanno comunque premiato la bravura della compagnia e l'incessante attualità della vicenda.

Gianmaria Pitton