L'intervista

Veladiano: «La scuola è fatta di relazioni e la pandemia ce l'ha detto»

C’è molta attesa per questo nuovo anno scolastico che inizia. Per questo un libro come “Oggi c’è scuola. Un pensiero per tornare, ricostruire, cambiare” (Solferino, 144 pagine) di Mariapia Veladiano è un balsamo per la ripartenza, una folata di energia positiva di cui abbiamo un gran bisogno. Tanto più perché, a differenza di molti opinionisti improvvisati, lei la scuola la conosce davvero essendo stata per molti anni insegnante e poi preside. E anche se ha deciso di lasciarla due anni fa, in seguito ad una coraggiosa presa di posizione contro il Miur, questa realtà continua ad essere per lei un luogo dell’anima, un fragile e incantevole giardino da coltivare e di cui prendersi cura anche a distanza. 

In questo volume, la scrittrice vicentina, che ora sta lavorando ad una raccolta di racconti che uscirà l’anno prossimo, pur non risparmiando pesanti critiche al sistema scolastico italiano, offre molti stimoli e proposte per una riprogettazione collettiva che coinvolga ogni aspetto della scuola. Nonostante molti nodi restino ancora irrisolti come ad esempio la mancanza di spazi adeguati, la scuola ha saputo restare viva e resistere anche in mezzo alla bufera scatenata dal Covid, facendoci riscoprire la sua assoluta necessità e bellezza.

 

La scrittrice vicentina Mariapia Veladiano autrice del libro "Oggi c'è scuola"
La scrittrice vicentina Mariapia Veladiano autrice del libro "Oggi c'è scuola"

 

Fare finta che tutto sia come prima della pandemia è un grave errore. Lei scrive che è essenziale non rimuovere ma riparare e integrare l’esperienza traumatica che abbiamo vissuto. Come può la scuola aiutare a far questo?
Prendendo questo compito di riparare come un impegno. L’errore sarebbe tornare e correre. Correre a recuperare contenuti, programmi. Adesso davvero abbiamo capito che non si insegue il tempo. Lo si vive e viverlo a scuola vuol dire prendersi cura delle ferite e delle disuguaglianze che due anni di pandemia ci hanno lasciato. La fragilità è forza se non la neghiamo e se la riconosciamo.

Chiudere le scuole così a lungo. Il nostro Paese si è schiantato contro una condizione oggettiva: le nostre scuole sono corridoi di aule che saturiamo con classi da trenta e più ragazzi. Non ci sono spazi adeguati. Problema irrisolto. Al di là dei soliti proclami, resterà tutto come prima?
Dipende sicuramente dalle scelte politiche ma anche da noi. C’è una vigilanza attiva, attivissima, dal basso, che deve mettersi in movimento. Saranno costruite mille nuove scuole con il Piano di ricostruzione e resilienza. Bene. Dobbiamo esserci, come cittadini. Sorvegliare che non siano aulifici ma spazi di vita per i ragazzi che vanno a scuola. E poi bisogna, dal basso, riappropriarsi degli spazi esterni. Le scuole possono allargarsi a cortili e piazzette, chiedere la chiusura di strade e vicoli, uscire, occupare il mare di edifici dismessi, chiusi, che le città hanno. È un tempo nuovo, quello che ci aspetta.

Il ministro Bianchi ha ribadito che entreranno in classe solo docenti con il green pass. È d’accordo con questa presa di posizione? 
Trovare il modo migliore per tutelare la libertà personale e il bene collettivo è un compito della politica. Nel libro lo scrivo: se le scuole fossero diverse, se le classi fossero più piccole, se avessimo pensato questi due anni a intervenire nelle strutture e negli ordinamenti in tutti i modi possibili, probabilmente non sarebbe necessario. Nella situazione attuale, per tornare a scuola in presenza questo è un passaggio difficilmente evitabile.

La Dad, acronimo bruttissimo, è stata criticata da molti e si è visto che come unica forma prolungata di scuola non funziona. Tuttavia, come ribadito nel suo libro, è stata anche un’esperienza piena di positività, una bella impresa collettiva. Cosa ci lascia?
Sarebbe stato di gran lunga preferibile trovare un’espressione tipo scuola di prossimità o scuola a casa. Di fatto nella pandemia si è realizzata una forma di vicinanza impensata. La scuola online ha portato gli studenti dentro le case dei docenti e, soprattutto, i docenti dentro quelle degli studenti. C’è chi ha visto davvero la differenza che fa la condizione sociale, quando si studia. Abbiamo visto ragazzi connettersi da cucine affollate, corridoi, e altri da studi propri, con corredo di belle librerie, tv, con wifi perfetti. La Dad è stata importante, ha mantenuto tutta la scuola possibile in tempo di pandemia, ma non può essere l’unica forma di scuola. La scuola è relazione, la relazione chiede il corpo, il viso scoperto, una prossimità fisica.

La pandemia ha esasperato una realtà valutativa, già esistente prima, tendente dalla misurazione: in molti casi, in questi due anni di chiusure e riaperture, si è assistito ad un forsennato rincorrersi di compiti e interrogazioni. Si può uscire da questo meccanismo che stritola studenti e insegnanti? 
È un cambio di mentalità. La valutazione numerica sembra rassicurarci. Tutto chiaro, tutto ben segnato, il sei è la sufficienza, il dieci è l’eccellenza. In realtà niente nella vita può essere davvero circoscritto in modo così netto. La valutazione numerica precoce, alla primaria ad esempio, davvero è controproducente. C’è un tempo di apprendimento individuale che nei bambini è difficilissimo da rispettare se si ha l’ansia dei numeri. Credo che sia necessario recuperare la cultura del dialogo. La scuola maestra di comunicazione trasparente e amichevole. È qualcosa che deve coinvolgere tutti i livelli, anche l’amministrazione che spesso ha nelle sue comunicazioni un registro eccessivamente giuridico, se si può dire.

La chiusura delle scuole ha moltiplicato le disuguaglianze e favorito la dispersione scolastica. Per lei una delle grandi battaglie che la scuola è chiamata a fare è quella per l’uguaglianza e l’equità. In che modo può riparare le disuguaglianze a partire dai moltissimi ragazzi esclusi per vari motivi dalla Dad?
Partendo da loro, ma con una assunzione di responsabilità da parte di tutta la scuola e della società civile. In pratica vuol dire che questi ragazzi non possono essere oggetto di segregazione, nessuna classe speciale o attività aggiuntiva a loro riservata. La classe intera diventa ambiente riparativo e questo favorisce la corresponsabilità, l’idea che essere nati in case o famiglie fortunate per condizione sociale e culturale ci assegna la responsabilità di migliorare insieme il mondo.

Lo psichiatra Paolo Crepet, come molti altri, sostiene la necessità di una scuola più meritocratica, che torni a bocciare e a dare i 4. Secondo lei invece la scuola è il luogo in cui il mito della meritocrazia e quello del successo vanno smontati. Come mai? 
Bocciare è una scorciatoia rispetto al compito di offrire in modo competente opportunità diversificate a seconda del proprio punto di partenza. Essere poveri vuol dire niente libri, niente wifi, niente spazi in cui studiare, avere genitori senza titolo di studio vuol dire dover fare tutto da soli. Come si fa a valutare ed espellere dal sistema scolastico considerando tutti formalmente uguali se si arriva da realtà così diverse? 

Lei scrive che il vero successo scolastico è che nessuno resti indietro. Come si può unire questa missione fondamentale con la necessità di non cadere in un’accondiscendenza acritica e buonista che manda avanti tutti e non permette una preparazione adeguata?
Ma è la nostra cultura malata di successo individuale e di eccellenza solitaria che vede le due cose contrapposte. La scuola di qualità è quella che riesce a far collaborare tutti all’eccellenza. L’eccellenza è qualità diffusa. La scuola è un mondo giovane, pieno di energie e potenzialità. Non ha alcuna importanza che pochi pochissimi arrivino primi. Importa che tutti diano il massimo di sé. L’eccellenza è la qualità che tutti possono raggiungere.

Quanto accaduto in questi due anni impone a tutti un’epocale riflessione su cosa è davvero fondamentale insegnare oggi. Che cosa serve a queste ragazze e a questi ragazzi, cosa meglio li può accompagnare nel loro stare nel mondo? 
La capacità di sentirsi comunità e di collaborare al bene comune con qualità e competenza. La scuola è un laboratorio di convivenza e in tanti anni di scuola, se questo è davvero un obiettivo, ce la facciamo. Se i ragazzi e le ragazze vedono che insieme non solo è più bello, ma anche si impara meglio e anche si cambia il mondo, magari il mondo della scuola, attraverso proposte che vengono realizzate, allora acquisiscono un habitus che non smetteranno più. Uscire dalla solitudine del risultato per entrare nel piacere efficace del bene comune.

L’Italia è uno dei pochi paesi europei in cui la disponibilità di biblioteche scolastiche attive e funzionanti è l’eccezione e non la regola. Molte sono state annientate dalla pandemia trasformandosi in aule o addirittura in magazzini. Significa che gli spazi di lettura non sono indispensabili? 
Il destino delle biblioteche in pandemia è stata una tragedia molto rivelatrice. Davvero ci sono state scuole che hanno pensato di guadagnare un’aula o l’hanno trasformata in magazzino per le sedie e i banchi tolti per i distanziamenti. È stato un gesto terribile sul piano simbolico. È come aver detto, la biblioteca è in più, alla scuola non serve. È più utile il magazzino. La biblioteca vale cinque aule, almeno cinque, e ha un valore simbolico immenso. Peccato. 

Nel capitolo “Futuro presente” lei sostiene che sappiamo ogni cosa del lavoro degli avvocati e dei medici grazie a romanzi e serie televisive. Nulla della scuola. Per questo c’è la necessità di un immaginario, di un’epica che faccia conoscere la vita vera della scuola?
Lo dico da tanto tempo perché le serie televisive sulla scuola, oppure i romanzi, rappresentano la scuola come sfondo. Non le vere dinamiche interpersonali e sociali. Vengono rappresentati come bravi gli insegnanti che fanno gli investigatori o gli psicologi. Non vengono rappresentati nel loro ruolo di insegnanti. Si avalla l’idea che fare l’insegnante è una faccenda accessoria e le cose importanti sono altre. Ma quando mai? E poi vogliamo parlare del fatto che vengono rappresentati solo i licei? Come se tecnici e professionali non accogliessero quasi il 50% degli studenti. Manca proprio un’epica di scuola che ce la faccia conoscere.

In questi giorni ci si preoccupa per la condizione delle donne in Afghanistan. Non va però dimenticato che anche da noi c’è molta strada da fare, che la pandemia ha fatto esplodere la disuguaglianza di genere e la violenza contro le donne. Come può la scuola contribuire a disinnescare gli stereotipi che impediscono la piena emancipazione femminile?
In Italia il ministero degli Interni da anni ci dice che gli unici crimini in aumento sono i femminicidi. Serve un’educazione alle relazioni di genere. La scuola lo fa e lo può fare sempre di più. Pensi quanto tempo i ragazzi passano a scuola. Si può riflettere e prendere consapevolezza circa i condizionamenti che gli stereotipi di genere portano con sé. È un bellissimo lavoro. Liberatorio. 

Dopo questi due anni di turbolenza, tutte le indagini mostrano che la fiducia verso la scuola rimane alta mentre ad esempio quella verso i partiti è a livelli bassissimi. Pensa che si sia rafforzata l’idea che la scuola è un bene fondamentale?
I dati dicono questo. C’è una rappresentazione pubblica della scuola molto negativa. La scuola si presta facilmente a manipolazioni demagogiche. Tutti sono andati scuola, tutti hanno figli o nipoti che vanno a scuola, tutti hanno visto qualcosa che non va, perché in una popolazione scolastica di otto milioni di ragazzi e ragazze, un milione di docenti più amministrativi e collaboratori scolastici, qualcosa che non va c’è sempre ed enfatizzarla e sfruttare la rabbia è un bel modo di anestetizzare il pensiero. Ma in fondo lo sappiamo che la scuola è importante e moltissimi ci lavorano con passione e competenza. È da coltivare questa fiducia. 

Fabio Giaretta