L'intervista/1

Cesare Benedetti: «L'Olivetti venne ceduta e passai alla farmaceutica con l'azienda di famiglia»

Imprenditore, dai laboratori di ricerca di Adriano Olivetti alle multinazionali americane dei primi computer fino all'industria di casa, la Zeta farmaceutici, ma anche filantropo e volontario.
Cesare Benedetti, imprenditore vicentino, patron di Zeta farmaceutici
Cesare Benedetti, imprenditore vicentino, patron di Zeta farmaceutici
Cesare Benedetti, imprenditore vicentino, patron di Zeta farmaceutici
Cesare Benedetti, imprenditore vicentino, patron di Zeta farmaceutici

Il papà Adelio lavorava come chimico alla Lanerossi nello stabilimento dietro il quartiere dei Ferrovieri. La mamma Maria veniva da una famiglia di farmacisti. Quando è nato, 84 anni fa, faceva così freddo che l'acqua del fonte battesimale della basilica di San Felice si gelò.

Il prete si mise a battere l'aspersorio sulla lastra di ghiaccio che ricopriva l'acquasantiera fino a romperla e a carpire qualche goccia gelida con cui bagnare la fronte intirizzita del piccolo nuovo cristiano al quale venne imposto l'impegnativo nome di Cesare. Era il 3 gennaio del 1938. Iniziava così, come in una fiction stile Sorrentino, la storia di un vicentino con le stille di quella cultura del rischio che ispirava i capitani d'industria del Nordest.

Cesare Benedetti ha attraversato mezzo secolo del Novecento. Imprenditore, dai laboratori di ricerca di Adriano Olivetti alle multinazionali americane dei primi computer fino all'industria di casa, la Zeta farmaceutici, ma anche filantropo e volontario come presidente della Lega contro i tumori e governatore rotariano senza mai scordare l'attrazione fatale da cavaliere gentiluomo per i cavalli.

«Quando ho capito che non potevo essere un D'Inzeo - dice - ho iniziato a fare il dirigente e il giudice». È stato ai vertici della Fise, la Federazione italiana sport equestri, come vicepresidente nazionale, e, come giudice, ha girato tutta Europa.

Come vive la sua terza età?

I medici dicono che ho un'alta capacità di sopportazione del dolore. Non mi faccio condizionare dai guai fisici.

Ha sempre avuto questa resistenza?

Ho cominciato ad imparare a 14 anni, quando morì mio padre. Era severo ma con lui avevo un feeling particolare. Prima vivevo in una specie di limbo, giocavo, studiavo poco, passavo i pomeriggi all'oratorio di San Felice vicino a casa, andavo dove adesso è il mercato nuovo a rubare i residuati bellici degli americani, bussole di aeroplano, cuffie, stupidaggini. Ero l'ultimo della covata, il bocia. Eravamo 8 figli, 5 femmine, tre maschi, e mi riempivano la testa di doveri.

Stavate bene di famiglia?

La mamma stava bene. Era lei a comandare in casa. Il nonno era un Menegazzi, famiglia importante che aveva grossi capitali nel Veneziano. Solo che mise incinta la governante, fu uno scandalo, il fratello cardinale lo mise al bando, e lui andò ad aprire una farmacia in un paesino di 1500 anime a Villabruna, una frazione di Feltre. Carlo Erba, che era suo amico, lo invitò ad andare a lavorare con lui a Milano, ma non volle.

Cosa cambiò a 14 anni?

Capii che nella vita per fare le cose ci vuole metodo. Cominciai a studiare, a frequentare gli scout. Diventai un bravo ragazzo di chiesa. Uno che rispettava le regole. Mi piaceva la montagna. Entrai nel Cai.

E gli studi?

Quando c'era da scegliere la scuola delle superiori decisero i miei 9 capi, mamma, sorelle, fratelli. Loro avevano fatto tutti il liceo o erano all'università. Mi mandarono al Rossi. Il destino era di fare l'operaio. Invece, fu una fortuna.

Perché?

Il Rossi mi insegnò il senso pratico. Feci elettrotecnica. Ma mi servì pure il servizio di leva. Venni preso al corso degli ufficiali di complemento. Mi mandarono a Lecce e, poi, a Belluno, a comandare l'officina mobile. Anzi, siccome ero forte come un toro, mi spedirono ad Arabba a gestire la squadra degli sport invernali.

Il suo primo amore?

La ragazza che sarebbe diventata mia moglie. Mi ero appena diplomato. Si avvicinò a me. Me ne innamorai subito. Si chiamava Ida Figliacci. Il padre dirigeva le terme di Recoaro. Si era laureata in lingue a Milano, ma non le piaceva insegnare e se ne andò a lavorare con il padre. Solo che, allo scadere della concessione, visto che le terme facevano utili, i maggiorenti politici, e non solo, per impossessarsene, lo cacciarono in malo modo. Lo accusarono di aver assunto la figlia pur senza stipendio. Ma era un pretesto.

Lei intanto si sposa.

Sì, nel 1964. Avevo 26 anni. Due anni dopo nasce mia figlia Marta.

Il suo primo lavoro?

Era il febbraio del '61. L'ultimo mese da militare. Mi arriva una lettera dalla Olivetti. Ad Ivrea avevano visto il mio curriculum, e mi invitavano ad un colloquio. Mi presentai a Borgolombardo, e mi trovai dinanzi Mario Tchu.

Un nome famoso.

Sì, era l'ingegnere che Enrico Fermi aveva segnalato ad Adriano Olivetti. Fu lui a progettare Elea 9003, il primo computer italiano a transistor, battendo sul tempo l'Ibm. Un genio. Era figlio di un diplomatico della Cina imperiale in Vaticano. Morì a 36 anni in un misterioso incidente stradale. Si disse che fu un complotto della Cia perché Olivetti faceva paura agli Usa.

E il colloquio?

Tchu cominciò a parlarmi di informatica. Io non sapevo neppure cosa fosse. A un certo punto disse: «Mi faccia lo schema di carica e scarica di un condensatore». Mi sentii perduto. Feci due segni sulla carta. Lui mi guardò: «Giusto, ma come ha fatto?». «È stato un colpo di fortuna», gli dissi. E Tchu: «Lei è assunto. Noi abbiamo bisogno di persone fortunate». Proprio così. Alla fine di febbraio presi la mia valigetta e andai a Milano. Prima paga: 52 mila lire. Ero felice, entusiasta, mangiavo solo panini, imparai il sistema binario, dopo qualche tempo mi promossero responsabile di un progetto, poi di una sezione, infine dell'assistenza in tutta Italia per il primo elaboratore elettronico Elea 6001, quello che fu il precursore del computer. Lo avevamo costruito in 5 persone. Ero felice ma soffrivo.

Perché?

Perché in famiglia ero l'unico non laureato e all'Olivetti ero l'unico non ingegnere, il garzone di bottega. All'epoca, con il diploma del Rossi, non si poteva accedere alla facoltà di ingegneria. E, allora, andando in Svizzera il sabato e la domenica, mi laureai a Zurigo. Ma sprecai anche una grossa occasione.

Quale?

Il sogno americano si aprì pure per me, ma lo lasciai svanire. Non feci come Federico Faggin. Anche lui aveva frequentato il Rossi. Ci eravamo incrociati alla Olivetti di Borgolombardo dove aveva progettato un computer digitale. Sarei potuto andare in Silicon Valley ma ero più tradizionalista. Volevo fare famiglia e lavorare qui. E la sua carriera prosegue in Italia. In Italia tutte le università avevano acquistato un calcolatore elettronico e io insegnavo a gestirli. Era il 1966. Lavoravo il sabato e la domenica. Ora prendevo 280 mila lire al mese, tanto per quei tempi. Sono arrivato alle soglie della dirigenza. Poi il giocattolo si ruppe.

Cosa accadde?

L'Olivetti di matrice socialista venne in rotta di collisione con i governi democristiani. Allora imperava Andreotti. Non credevano all'elettronica, mandarono in fumo questa opportunità storica. Olivetti fu costretto a vendere la sezione industriale alla General Electric che, a sua volta, la cedette alla Honeywell Italia. E a me affidarono le vendite all'estero su 5 mercati: Jugoslavia, Bulgaria, Romania, Turchia, Israele. Mi mandarono a Belgrado. Ebbi fortuna anche questa volta. Era il 1972. In Jugoslavia presero 4 grossi computer. Altri li piazzai in Kosovo, a Sarajevo. Conobbi Tito, la moglie Jovanka. Mi conoscevano in tutti i Balcani. Ero un democristiano di destra in terre comuniste ma sposai la loro filosofia, ne difendevo gli interessi. Lo stesso in Turchia. Frequentavo ambasciate e capitali. Questo fino al '78. Ed entra anche nel mirino degli 007. Sì, un giorno mi chiamano al Pentagono a Washington i servizi segreti Usa. Vogliono sapere se le tecnologie americane sono state copiate dai russi.

E poi?

Iniziano i pasticci. Forse stavo troppo fuori casa, forse un diverso modo di vedere le cose, mia moglie vuole separarsi, anche se, poi, siamo rimasti sempre vicini anche perché intanto nasceva Zeta.

Così da zero?

No, una piccola azienda per la produzione galenica c'era già. La gestiva mia sorella Fanny dal 1947 nel retrobottega della farmacia di Emanuele Zuccato a Polegge, poi in un garage di via Mentana. Solo che lei comprava a 100 e rivendeva a 60, e mia madre per coprire i debiti dovette vendere tutto il patrimonio. Addirittura ipotecarono la casa. A quel punto rilevo l'azienda, liquido i fratelli, Ida si interessa della parte amministrativa, io di quella tecnica e dei rapporti con il ministero della salute, e partiamo.

Quando il vero salto?

Nel '79. Ci trasferiamo a Sandrigo. Il sindaco Basso ci accoglie bene. Con un mutuo e interessi al 17% costruiamo il primo blocco dello stabilimento. Dai 200 metri quadrati di via Mentana passiamo a 1200 metri quadrati. Siamo io, Ida e 5 operai. Oggi i metri sono 27 mila. Nell'84 mandiamo mio nipote Andrea alla scuola di cosmetologia di Ferrara e ci lanciamo nel mondo dei cosmetici. Nasce Euphidra. All'inizio i venditori non ne volevano sapere di noi. Poi la rotta si inverte.

Come?

Guardando avanti. Abbiamo sempre reinvestito gli utili. Nel 2000 abbiamo rilevato la Marco Viti, un'azienda fra Milano e Como, che all'epoca fatturava 2 milioni e quest'anno chiuderà a 40. Ci siamo accontentati di stipendi decorosi ma normali. Mia figlia ha studiato in America ma per 6 mesi ha fatto l'operaia confezionando scatolette, e, quando la mamma è morta, è diventata amministratore delegato.

Tre anni fa Zeta aveva un fatturato di 88 milioni, e lei si poneva come obiettivo di arrivare a 100. E oggi?

Chiuderemo l'anno a 130 milioni con una crescita a due cifre. Abbiamo creato una holding, la Hbf, con Zeta, Marco Viti, altri marchi e due farmacie che abbiamo salvato, una a Sandrigo e l'altra a Vicenza vicino al patronato Leone XIII.

Quanti dipendenti avete?

Trecentocinquanta più 150 venditori.

E i programmi?

Il 2023 dovrebbe essere roseo come il '22 perché abbiamo investito all'estero. Lavoreremo per Zeta ma anche per altre grosse aziende italiane che ci portano un fatturato di 35 milioni.

Sogni di ragazzo tutti realizzati?

No, la perdita della famiglia è stata un grosso colpo. Io non mi sarei mai separato. Sono un uomo di principi. Ida aveva un temperamento più libero. Ma con mia figlia ci adoriamo.

La cosa più importante?

Mi sono sempre prodigato per gli altri. Per gli scout, per gli alpini, per l'equitazione, per il Rotary, per la Lega contro i tumori.

Si sente ripagato?

Per molti aspetti sì. Sono sempre riuscito a realizzare ciò che volevo. Forse da presuntuoso ho sempre ragionato in grande.

I politici di oggi?

Meglio quelli di una volta.

Chi stima o ha stimato di più?

aia, anche perché non vuole andare a Roma. Poi il primo Berlusconi, Draghi, Gentiloni.

Che cosa rimpiange?

Ho avuto un rapporto sbagliato con le donne. Ero troppo puro.

Franco Pepe