LIBRI

E Dante parla in Veneto
in un libro dell'800

Graziano Rezzadore di Orgiano possiede l'edizione del 1875 della “Divina Commedia” in dialetto, sconosciuta anche alla Società Dantesca di Firenze
Già dirigente scolastico, già sindaco, ecco Graziano Rezzadore di Orgiano con il prezioso libro
Già dirigente scolastico, già sindaco, ecco Graziano Rezzadore di Orgiano con il prezioso libro

“A meza strada dela vita umana/ Me son trovà drento una selva scura,/ Chè persa mi g'avea la tramontana”: ecco il testo della Divina Commedia tradotta per intero in dialetto veneziano, cioè in lingua veneta.
Una rarità: non solo perché si tratta di un volume rilegato ed edito nel 1875 perfettamente conservato, non solo perché è saltato fuori dopo che da 40 anni un vicentino ce l'aveva in casa, ma soprattutto perchè - da una prima verifica alla Società Dantesca Italiana con sede a Firenze - è l'unico esempio al mondo di traduzione in dialetto dell'intero capolavoro di Dante.
Questo cimelio custodito ora come una preziosa reliquia, diventa famoso perchè salirà a teatro in una sorta di “co-produzione” berico-veronese: il proprietario del testo è Graziano Rezzadore, che abita ad Orgiano, a portare la storia nel Veronese è la cugina Giovanna, che abita a Soave. Giovanna è il motore per la divulgazione di questo testo il cui Dante si chiamava Giuseppe Cappelli. Il volume risulta edito a Padova.
Graziano Rezzadore, oggi 71enne, quand'era preside della scuola media di Montegalda, ricevette in dono il libro dal segretario della scuola. «Lo aggiunsi ai tanti che possiedo in bibilioteca. Accanto ad una Divina Commedia del 1860» spiega. Rezzadore ne intuì l'interesse ma non pensava si trattasse di un unicum. Il dirigente scolastico, che è stato sindaco di Orgiano negli anni Novanta, e poi s'è dedicato con profitto alla scrittura e alla pittura, parlò un giorno alla cugina Giovanna di questo libro in dialetto che venne esaminato con lei al Circolo di campagna WigWam-Corte Moranda, a Cologna Veneta. Insieme squadernarono “La Divina Commedia di Dante Allighieri” (sì, con due elle), “Tradotta in dialetto veneziano e annotata da Giuseppe Cappelli”. Poi la dicitura “Padova, Dalla tipografia del seminario, 1875”.
Eccolo lì il gioiello: 481 pagine a doppia colonna con la “Comedia” dantesca a sinistra e la traduzione in veneziano a destra. Sotto, una miriade di note che fanno inequivocabilmente capire come lo sconosciuto Cappelli avesse dedicato alla traduzione tutta la sua vita.
Lo scrive, del resto, lui stesso dando anche conto delle ragioni di questa impresa: «La versione della Divina Commedia da me fatta in dialetto veneziano, non già per i dotti, ma per coloro che a tale ordine non appartengono, non esclusi quelli che quantunque di coltura forniti, non vogliono affaticare la mente applicandosi ad uno studio più serio, ha per iscopo di rendere, per quant'è possibile, popolare un'opera astrusa alle volte persino nell'esteriore sua forma, e dai pochi studiosi soltanto compresa, nonché ad agevolarne la intrinseca intelligenza: al quale fine ho corredata la versione stessa di note storiche, sacre, profane e mitologiche e della spiegazione ben anco delle più interessanti allegorie, ed a comodo dei lettori non veneziani, vi agiunsi la dichiarazione nella lingua italiana delle frasi veneziane e dei termini meno comuni».
C'è qualcosa - alcuni numeri indicati sul volume -che fa pensare sia stato parte di una biblioteca.
Ma c'è pure il timbro di un possibile proprietario, “Dr. J.A. Scartazzini, Pfr-Soglio-Kt.Graubunden”, ovvero il dottor Scartazzini che abitò a Soglio, un paese del cantone Grigioni: Graubunden, in val Bregaglia.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Un dantista, un “giullare” impastato di civiltà veneta, un musicista: sono i tre pilastri del recital che giovedì alle 20.30 all'Abbazia Villanova, San Bonifacio, Verona, raccontano “La Divina Commedia in lingua veneta”. Sarà la sesta rappresentazione. Il dantista è Roberto Rezzadore, chiamato a declamare le terzine del sommo poeta; il “giullare” è lo studioso sambonifacese Gianni Storari che proporrà lo stesso testo secondo la traduzione di Cappelli ed il terzo è Giovanni Rancan, docente al Conservatorio di Vicenza, chitarrista classico, compositore che ha preparato un repertorio inedito ispirato dalle musiche dell'epoca. Una manciata i “quadri” che verranno proposti, alcuni tra i più conosciuti passi dell'Inferno. “Per qua se va nel logo dei danai:/ Per qua se va a patir eternamente:/ Per qua in mezo se va dei desperai”. Ci sarà spazio per il Conte Ugolino ma anche per Paolo e Francesca, per lo struggimento della giovane che sospira “Amor pretende amor; perciò a sto mio/ Paolo questo amor m'ha tanto incadenada/ Che, varda, in sina qua lu me vien drio”. Tutto per far cultura, recuperarne un pezzo importante e riappropriarsi di uno dei pilastri del nostro patrimonio, perchè “Che omeni se', mo via considerè:/ No za a viver da bestie destinai,/ Ma per saver de più che no savè”. Il tutto il dialetto, quello veneziano che secondo Cappelli “fra i tanti parlati in Italia, è senza dubbio il più affine alla lingua pura italiana, e perciò il più idoneo a rilevare la espressione dantesca”. Dialetto, o meglio lingua veneta, che prende per la pancia “perchè i veneziani erano commercianti, e la loro lingua è suadente, seduttiva, persuasiva. Guai se la lingua scompare -ammonisce Storari - si porta via concetti ed emozioni”. Lingua anche di parole contadine di nobili origini: la “gratacasola”, la grattugia, ha dentro il “caseum” latino,  il formaggio; il “versoro”, cioè l'aratro, si collega al latino “versum”, rivoltare. P.D.C.

Paola Dalli Cani