L'intervista

Chiara Gamberale: «Diventare madre e cercare amore nel grembo paterno»

Chiara Gamberale è nata a Roma 44 anni fa . Scrittrice e madre di Vita
Chiara Gamberale è nata a Roma 44 anni fa . Scrittrice e madre di Vita
Chiara Gamberale è nata a Roma 44 anni fa . Scrittrice e madre di Vita
Chiara Gamberale è nata a Roma 44 anni fa . Scrittrice e madre di Vita

È la scrittrice di sempre Chiara Gamberale, quella che entra nelle ferite, che ci racconta la famiglia, che ci fa sentire un po’ più normali, con tutte le debolezze che ci appartengono e che fanno parte del nostro essere: uomini o donne, non è questione di genere. Riesce a mettere in discussione rapporti, sentimenti, sensazioni, ma nel contempo ti offre anche una via d’uscita, la possibilità di riallacciare fili, di tornare indietro e capire il valore di alcuni sentimenti che, ad un certo punto, non si possono comprendere fino in fondo, ma più tardi sì, con l’aiuto di un figlio oppure di un uomo che, lì per lì, ti incanta, ti lascia senza parole, ma ti serve sul piatto anche molti dubbi.

“Grembo paterno” edito da Feltrinelli (224 pagine) è il romanzo con cui la scrittrice ritorna in pubblico dopo la nascita di sua figlia Vita, alla quale ha dedicato il libro, e dopo la pandemia. «Alla prima presentazione a Roma - racconta- non mi sembrava vero, di tornare a vedere la gente, ascoltare domande, sentire, rileggere le pagine del mio libro, perché ascoltare da altri è tutta un’altra cosa. Riesci a capire se il tuo stile è corretto se hai trasmesso quello che volevi e la magia si trasforma in una specie di performance. È stata una gioia infinita, un passaggio dovuto e commovente». 

La scrittrice - che ha vissuto per alcuni ad Abano dove è nata la madre, ha frequentato l’università a Padova, ha pubblicato il suo primo libro con Marsilio guidata allora da Cesare De Michelis - sarà a Bassano, oggi alle 18, alla libreria di palazzo Roberti e domani alle 11 alla libreria Galla 1880 per un firma copie. «Venire in Veneto è sempre un gioia immensa - prosegue-. Questa terra fa parte della mia vita, ricorderò sempre una lettrice che mi disse “grazie ci autorizza alla complessità” e questo valeva anche per me. Significava andare in fondo, scavare, trovare il filone giusto per trasmettere empatia in quella forma di dialogo in cui il lettore si deve ad un certo punto riconoscere, ma deve soprattutto trovare le chiavi per riprendere quello che ha perso. Quella frase era un’autorizzazione alla complessità che appartiene a tutti».

Nata nel 1977 a Roma, dove vive; con Feltrinelli ha pubblicato “Per dieci minuti” (2013), “Adesso” (2015), le nuove edizioni de “La zona cieca” (premio Campiello Giuria dei letterati 2008) e dell’opera d’esordio “Una vita sottile” (1999; 2018), “L’isola dell’abbandono” (2019). Ha scritto, fra gli altri, “Le luci nelle case degli altri” (2010) e “Qualcosa” (2017). I suoi libri sono tradotti in sedici paesi. È autrice e conduttrice di programmi televisivi, radiofonici, come “Io, Chiara e L’Oscuro”. Collabora con “La Stampa”, “7 Corriere della Sera” e “Donna Moderna”, ha ideato il festival di Procida.

 

Gamberale, ha dato una dignità al grembo paterno. Quando mai si pensa ad un grembo al maschile: dall’arte alla letteratura è sempre impersonato al femminile, perché questa scelta?

Dignità ma anche oneri, onori e responsabilità. I padri dovrebbero essere consapevoli di tutto questo, anche se non sempre accade. Adele, la protagonista del libro, cerca suo padre tardi, quando lei si innamora di un uomo. Vacilla e deve trovare un punto solido, fermo per cui ritorna al passato e ripensa a Rocco a tutto quello che ha fatto, alle sue storie. Da una parte c’è un padre tradizionale e dall’altra quello progressista, Nicola, di cui si innamora Adele e che ha già due figli. Ma il primo si mette in discussione mentre il secondo preferisce non uscire dalla sua comfort zone. Come accade a milioni di coppie che stanno insieme per dovere e non per una scelta del cuore e questo non fa altro che avvelenare la fiducia nelle relazioni. 

 

Per descrivere quello che sente Adele quando incontra Nicola, il pediatra della figlia, usa un’espressione molto particolare “le bussava il sangue”.

Certo, perché è un amore travolgente, forte anche per Adele che ha deciso di avere un figlia, Frida, da un donatore sconosciuto e quindi senza padre. Ma quando ci bussa il sangue non sempre siamo pronte. Guardare all’infanzia significa mettere mano ad un cantiere sempre aperto per questo ha bisogno di un grembo paterno.

 

Mettersi in discussione sempre e comunque, quindi?

È fondamentale. In un podcast racconto le vicende di dieci famiglie alternative, c’è chi riesce a farla diventare un luogo nel quale nutrire e sentirsi nutriti e altri che non ce la fanno proprio. Ci rendiamo conto che durante il lockdown il numero delle separazioni è aumentato del 60 per cento? Stare con una persona significa fare un patto fuori e non dentro le mura di casa, se vogliamo rispettare chi ci sta accanto. Stare insieme è complicato come rimanere da soli. 

 

Nel libro ha aperto i conti con l’infanzia?

Chiamavano la protagonista del romanzo, Senzaniente per la povertà nella quale viveva, senza madre. Un soprannome difficile da sopportare anche quando il padre Rocco, si affranca e riesce a conquistare un minimo di benessere. Certo, entro anch’io nella mia infanzia, ma mio padre è molto diverso da Rocco, è stato il primo laureato della famiglia e ha fatto scelte importanti. Diciamo che non sopporto l’uomo parolaio, Nicola. Infatti Adele trova un padre che finalmente riesce a comunicare emozioni.

 

La protagonista arriva da un paese del Sud con la P maiuscola, nei suoi romanzi c’è sempre molta attenzione ai luoghi. 

Diciamo che cerco di dare la giusta importanza ad una donna che, vivendo in provincia, decide di trasferirsi in una città come Roma. Per affrancarsi rispetto ai luoghi dell’anima prima c’è anche una geografia dei paesi, dei modelli che abbiamo assorbito e che fanno parte comunque del nostro vissuto e che porteremo sempre con noi. 

 

È stato complicato scrivere questo romanzo?
Lo sento come una sorta di esordio dopo tutto quello che ho vissuto in questi ultimi anni: maternità, lockdown e molto altro.

 

Lei è stata la moglie di Emanuele Trevi, per lui questo è stato un anno importante con la vittoria del premio Strega con “Due vite”, siete ancora molto legati?

È il padrino di mia figlia, ero con lui a festeggiare il premio. Nella vita ci sono incontri importanti e quello con Emanuele lo è stato, ora siamo un fratello e una sorella, ma abbiamo vissuto tante storie come quella di Pia e Rocco che ci legheranno sempre. 
Voleva raccontare una storia universale tipica della sua generazione e non solo: c’è riuscita? 
Spero di sì perché di padre ce n’è sempre troppo o troppo poco. E rimane sempre un grembo al quale affidarsi e che non sempre contempliamo. 

Chiara Roverotto