L'intervista

Mons. Marchetto: «Mediazione difficile, il Papa dovrà andare a Mosca e Kiev»

Mons. Agostino Marchetto
Mons. Agostino Marchetto
Mons. Agostino Marchetto
Mons. Agostino Marchetto

A parlare di guerra in Ucraina viene in mente un libro di Elio Vittorini “Uomini e no” e arrivano anche le domande “sono un essere umano o sono un no?”. Negli ultimi anni “restiamo umani” è diventato un slogan per uscire dalla pandemia. Forse sbagliato. Perché umani non si rimane si diventa. Con un cammino educativo e in salita che sia culturale, civile, oppure esistenziale. Esattamente, il contrario di quanto sta accadendo da quasi 80 giorni tra Ucraina e Russia. Una guerra che si preannuncia lunga e sfibrante anche se tutti, almeno sulla carta, vorrebbero che finisse in fretta. Eppure continuiamo a vedere città assediate, profughi che non riescono a raggiungere il confine, uomini e donne anziani abbandonati al loro destino, una crisi economica che metterà in ginocchio molti Stati.
Ne abbiamo parliamo con mons. Agostino Marchetto, prelato vicentino, nato nel 1940, per tre anni Nunzio apostolico, rappresentante della Santa Sede alla Fao di Roma, studioso della dottrina sociale della Chiesa cattolica, in particolare durante e dopo il Concilio Vaticano II. Dal 1968 per il servizio diplomatico della Santa Sede ha operato in molti stati: dall’Africa a Cuba passando per le Isole Comore e, ancora, in Bielorussia. 
Agostino Marchetto non è religioso che va tanto per il sottile: le parole escono veloci, immediate, come fossero dardi che devono colpire un bersaglio che porta ad solo un concetto: pace. Che non vuole essere solo un termine ecclesiastico, ma soprattutto civile, umano, come ci ricordava Vittorini appunto. Eppure, l’addio alle armi tra russi e ucraini non sembra ancora così vicino. 

A suo avviso che piega sta prendendo il conflitto con l’Ucraina: ci sono dubbi sull’invio di altre armi, si cerca una via diplomatica, ma finora non ha avuto molti effetti. Che cosa potrebbe cambiare questa situazione: che messaggio forte dovrebbe arrivare e, soprattutto, da dove?
Ad oggi non vedo che la situazione possa cambiare facilmente, nei due termini posti dalla sua domanda: invio di armi per mantenere una certa forza ucraina di resistenza e sforzi diplomatici di ricerca, per lo meno, di cessate il fuoco. Molto dipenderà anche da come si evolverà la situazione sul terreno, in mare e un po' meno nei cieli.

Certo, ma un cambiamento è necessario?
Un precipitare della situazione per vari motivi potrebbe finalmente dare l’occasione per comprendere, le due parti, con l'aiuto di terzi. Si potrebbe giungere ad un compromesso che non è una brutta parola, ma “ragionevole”. Del resto si parlò di “compromessi” anche nel Concilio Vaticano II, che non furono tali, però risultarono un impegno per mettere insieme molti aspetti. In fondo, non dobbiamo dimenticarlo, entrambi, erano e sono “cattolici”.

La spinta determinante?
Punterei sul Consiglio di sicurezza dell'Onu, finora abbastanza silente a causa dei veti incrociati. E non dimenticherei le “forze spirituali”.

Lei, nella sua vita apostolica, è stato al centro di qualche conflitto? Si è trovato nella condizione di dover mediare?
Chi conosce i luoghi del mio operare diplomatico, legato alla Santa Sede, può pensare che conflitti ce sono stati. Indico solo qualche Stato: Cuba, Algeria, Libia, Mozambico, Madagascar, Mauritius, Tanzania e Bielorussia. Non voglio compilare un elenco di situazioni, anche perché finora non ho voluto pubblicare un diario della mia vita diplomatica e penso che non cambierò atteggiamento. Posso solo dire che le relazioni con l'Islam, con il comunismo castrista e africano, la guerra civile, il mondo greco-ortodosso e slavo hanno causato conflitti che la diplomazia pontificia ha cercato di lenire o di risolvere, anche con qualche risultato di rilievo. Ma c'è un aspetto che forse sfugge ai più, cioè l'opera del Nunzio per facilitare l'intendimento fra le autorità pubbliche, civili e la Chiesa locale. A volte i contrasti fra Conferenza episcopale e Capo dello Stato oppure di Governo sono difficili e il Nunzio può aiutare. Ricordo solo un caso: in un Paese africano il figlio del presidente voleva essere sposato cattolicamente nel Palazzo presidenziale, ma i vescovi invitati non accettavano di celebrarlo. Ci fu il nunzio che accettò di farlo e così anche qualche membro della Conferenza fu presente. 

Ha trascorso anni in Bielorussia: la posizione di Lucashenko è molto chiara in questa guerra. Oltre a mettere soldati e armi al confine potrebbe fare altro?
Come ha dimostrato più volte, il presidente considera prioritario rimanere al potere per cui se fosse in pericolo la sua posizione, sarebbe disposto a tutto. Del resto ha già ampiamente dimostrato come la pensa con l'opposizione interna nel recente passato.

Il dialogo con la Chiesa Ortodossa è stato messo in crisi, a suo avviso, dopo le esternazioni di Kirill, il quale non ha dubbi da quale parte stare?
Se si riferisce alla Chiesa Ortodossa, del Patriarcato di Mosca e di chi ne è in comunione, direi che il rapporto è in crisi e lo dimostra il fatto che l'incontro del Santo Padre con Kirill, già in programma, è stato cancellato. Qui bisognerebbe peraltro spiegare come l'atteggiamento della Chiesa di Roma goda di quella “libertas Ecclesiae” (libertà della Chiesa ndr) che non caratterizza nello stesso modo l'Ortodossia in relazione con lo “Stato”. Ma il discorso al riguardo sarebbe lungo.

I rapporti tra la chiesa ortodossa e il presidente Putin sono sempre stati cosi stretti? Eppure tra cristiani dovrebbe contare una sola forza: quella della pace.
Le persone evolvono nei pensieri e negli atteggiamenti e anche i Capi di Stato e di Chiese ne sono soggetti. Certo, tenendo presente anche la storia, lo sviluppo, la dottrina della teologia ed altro ancora, naturalmente a certe condizioni, per la Chiesa Cattolica. La pace fa parte costitutiva del messaggio cristiano, ma ricordando almeno, direi, la “Pacem in Terris”, l’ enciclica di Papa Giovanni XXIII che riusale al 1963, in cui sono indicate le colonne che la debbono sostenere, e cioè la verità, la giustizia, la libertà e la solidarietà. E, poi, c’è la questione dei segni dei tempi, le legittime scelte ideologiche, lo spessore della storia e le difficoltà della sua analisi che dovrebbe essere sempre il più obiettiva possibile.

A suo avviso il viaggio di papa Francesco a Kiev potrebbe essere utile? E potrebbe far cambiare qualcosa nello scenario di questi giorni?
Forse prima sarebbe utile una visita al presidente Putin prima di andare a Kiev. Credo sia giusto andarci “in combinata”, la trovo una posizione utile. Anzi necessaria.

Che cosa legge nella posizione della Cina?
È presto detto. Non dimentichiamo che la Cina vede già tutto questo con gli occhi posti su Taipei.

Il premier Draghi ha parlato con il presidente degli Stati Uniti Biden, il primo vorrebbe rafforzare una via diplomatica mentre il secondo con la Gran Bretagna spinge per quella militare, la Russia ammette qualche perdita: potrebbe essere un buon momento per rafforzare il dialogo?
È sempre il momento buono per rafforzare il dialogo. Specialmente se non esiste, per cui farlo partire, come si può.

Il Vaticano come si sta muovendo nello scacchiere internazionale: il cardinale Pietro Parolin sembra molto attento a quanto accade?
La Santa Sede sta compiendo, anche molto silenziosamente, un gran lavoro diplomatico. In questo caso Santa Sede vuol dire Segreteria di Stato, che è “retta” appunto dal cardinale Pietro Parolin, il quale coadiuva Papa Francesco. Parolin dimostra sicurezza, capacità di dichiarazioni e di interventi che può fare anche perché è giovane rispetto al ruolo che rinveste.

Quali sono le vostre fonti di informazione in Vaticano?
Come tutti leggiamo i giornali, guardiamo la televisione. Abbiamo rassegne stampa internazionali e poi altre fonti sulle quali non mi vorrei dilungare. Ma nulla di segreto.

Ha mai pensato che questo conflitto si possa allargare? Sarebbe una sconfitta per tutti anche per la Chiesa e per quello che rappresenta?
La guerra è sempre una sconfitta per tutti, anche per coloro che si dovessero considerare vincitori. Purtroppo anch'io, qualche volta, ho pensato che questo conflitto possa allargarsi. Ma credo non sarà cosi, lo spero ardentemente. Sarebbe una sconfitta, sì, anche per la Chiesa: che due suoi rami così importanti, il cattolicesimo e l'ortodossia, non abbiano saputo trovare la via della pace, dopo un confronto di guerra. Una vergogna anche per la Chiesa o meglio le Chiese, dunque. Signore miserere!

Chiara Roverotto