Alpinismo

Addio a Cesare Maestri, il ragno delle Dolomiti

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Cesare Maestri premiato al Film Festival Trento con la Genziana d'oro (foto Giulia Battisti)
Cesare Maestri premiato al Film Festival Trento con la Genziana d'oro (foto Giulia Battisti)

Si è spento a 91 anni in ospedale a Tione, in Trentino, Cesare Maestri, il ragno delle Dolomiti, uno dei più grandi scalatori degli anni Cinquanta-Sessanta. Accanto a Maestri, che da tempo aveva problemi di salute, il figlio Gianluigi, che su Facebook ha annunciato la morte del padre: «Questa volta Cesare ha firmato il libro di vetta della scalata sulla sua vita».

 

Maestri, che viveva da oltre 40 anni a Madonna di Campiglio, dove la famiglia gestisce lo storico negozio di articoli sportivi, aveva compiuto gli anni lo scorso ottobre. A 14 anni si unì alle truppe partigiane e terminata la guerra andò Roma per studiare recitazione, ma il suo destino era il mondo verticale. Il suo nome è infatti indissolubilmente legato alle Dolomiti, ma anche al Cerro Torre, una delle più impegnative, ancora oggi, pareti di granito del mondo, nel Campo de Hielo Sur patagonico, dove nel 1959 aveva tentato una salita con Toni Egger, che perse la vita sulla montagna, e Cesarino Fava. Una cima che Maestri sfidò nuovamente nel 1970 aprendo la famosa "Via del compressore" e fermandosi in prossimità del fungo di ghiaccio che sovrasta il Cerro. Una prima ascensione, quella del 1959, sempre rivendicata da Maestri, ma poi messa in dubbio dal mondo alpinistico, anche per la mancanza di prove, non solo fotografiche, e su cui sono stati scritti fiumi d’inchiostro e girati documentari.

Uno di questi è quello di Reinhold Messner, che ricorda Maestri con affetto, malgrado le polemiche del passato proprio sul Cerro, sopite poi con un incontro tra i due in occasione di un Film Festival della montagna di Trento pochi anni fa. «Cesare, assieme a Walter Bonatti ed Hermann Buhl, era uno dei miei idoli. Ricordo che andai a comprare il suo libro "Arrampicare è il mio mestiere" appena uscito, nel 1961. Un bellissimo titolo, perché era il mio sogno. E Cesare Maestri ha avuto un grande ruolo, specialmente nell’arrampicata su roccia nelle Dolomiti. Non c’è dubbio che lui era uno dei leader dell’arrampicata artificiale ma era anche un grande arrampicatore in libera. Era famoso anche per arrampicare in discesa. Scendeva per vie difficili senza corda, senza niente. Ha fatto anche solitarie in "free solo" come si dice oggi, cioè senza aiuti tecnologici. Ha aperto delle vie molto strapiombanti, ha fatto nel 1958 la prima ripetizione della "Via dei tedeschi" sulla parete nord della Cima Grande di Lavaredo, dove nessun altro aveva il coraggio di andare. È stato un grande rocciatore ed è stata un’ingiustizia che non lo abbiano portato alla spedizione del 1954 sul K2», dice all’Ansa il re degli ottomila.

Maestri venne infatti escluso per un presunto problema allo stomaco, ma in realtà era perfettamente sano, nel pieno delle sue forze. Si prese la sua rivincita con un’impresa, concatenando in solitaria 16 vette, dalla Cima d’Ambièz alla Bocca del Tuckett, in meno di 24 ore. Secondo il sito Montagna.tv, Maestri nella sua carriera ha portato a termine circa 3.500 salite, di cui almeno un terzo in solitaria. «L’alpinista più bravo è quello che diventa vecchio», è una frase che molti gli attribuiscono, anche se pare che il primo a pronunciarla sia stato il tedesco Anderl Heckmair, che nel 1938 compì la prima salita sulla nord dell’Eiger con Ludwig Voerg e gli austriaci Fritz Kasparek e Heinrich Harrer. «Ma questa è comunque una grande verità. Io definisco l’alpinismo tradizionale come l’arte di sopravvivere. E Cesare è sopravvissuto. Certo ci vuole fortuna, perché se uno viaggia tutta la vita sul margine delle sue possibilità deve avere anche fortuna, perché siamo umani e tutti facciamo errori. Oppure può cadere un sasso, staccarsi una valanga. Quello che mi interessa è l’avventura umana che c’è confrontandosi contro la grande natura, selvaggia, difficile, pericolosa», chiosa Messner. Un confronto a cui Maestri non si è mai sottratto, che anzi ha ricercato: «La libertà è il rispetto assoluto della libertà degli altri», diceva. Forse è questa la frase che rappresenta meglio il suo spirito.

Jacopo Valenti