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24.01.2016

Smalti e brillanti
sotto la “pelle”
del lusso

Il gioiello è una questione di... pelle. Si intitola “Skin, la superficie del gioiello”, la mostra inaugurata ieri sera al Museo del Gioiello, che indaga – appunto - il rapporto tra la “pelle”, in tutti i suoi significati, e i preziosi, con una raccolta di pezzi, principalmente spille, realizzati da oltre settanta designer italiani ed internazionali.

A tenere a battesimo la nuova iniziativa sono stati Matteo Marzotto e Corrado Facco, presidente e direttore di Fiera di Vicenza, e le curatrici Alba Cappellieri e Livia Tenuta.

«Nel primo anno – afferma Marzotto – il Museo ha avuto oltre 30mila visite, un successo di questo gioiello che la Fiera ha offerto alla città. Questa che inauguriamo oggi è una delle tre mostre all’anno che organizziamo per rendere ancora più vivo uno spazio che già lo è per sua natura e che ogni volta propongono riflessioni sulla storia del gioiello e la sua attualità anche sociale, visto che abbiamo parlato di pace e di cibo».

A spiegare lo spirito della mostra, poi illustrata più nel dettaglio da Livia Tenuta, è stata Cappellieri. «Vogliamo raccontare il rapporto complesso tra la pelle e il gioiello. La pelle appartiene al corpo, può essere grinzosa, segnata dall’incedere del tempo, o parlare invece di sperimentazione e innovazione».

Le sfaccettature di questo rapporto sono raccontate nelle varie sezioni della mostra. «La prima – spiega Tenuta – indaga tecniche e tecnologie, la ricerca su tecniche e materiali, portandoli anche da mondi diversi da quello del gioiello, esplorando l’artigianato del saper fare con le mani, ma anche quello nuovo, come quello delle stampanti 3D». Tra i pezzi le “radici” in ottone satinato con bulino con bagno di oro giallo e rutenio, corniola, pietra leccese, legno d’ulivo e acciaio di Roberta Risolo, il “nido” in creta mescolata a particelle di platino e d’oro di Sanae Asayama e le “Madreforme” di Carla Riccoboni.

«La seconda – continua - parla invece di metamorfosi, di pelle che cambia, di pezzi dinamici con superfici immaginate piatte, senza spessore e immobili, che invece assumono tridimensionalità». Ed ecco il fiore di seta di Eliana Lorena, la lastra d’oro, smalto e brillanti di Giancarlo Montebello e la spilla in acrilico con intarsi di resina, oro giallo e tormalina di Roger Morris.

La terza vede invece la superficie come una tela che racconta il designer, a volte con pochi segni, come nell’ “Evoluzione” di James Rivière, altre in modo molto figurativo, come in “Coniglio, ciao Luca” di Patrizia Posada. E ancora: la superficie può raccontare una parte di sé alla vista e trasmettere molto altro al tatto, come in “Petrolio” di Luca Giovanninetti o in “Nascence” di Jinbi Park o addirittura una dicotomia tra esterno e interno o tra superficie e profondità, come in “Tra terra e cielo” di Silvia Valenti o in “Inglobati” di Luisa Bruni.

Maria Elena Bonacini
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