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lunedì, 20 novembre 2017

Picchia e stupra
moglie incinta
Lei perde il bimbo

Il reparto di ginecologia dell’ospedale San Bortolo

VICENZA. L’ha picchiata con pugni e calci, colpendole l’addome, finché era incinta. E lei, qualche settimana dopo, si era presentata in ospedale con dei dolori lancinanti. Ha perso il feto che portava in grembo. Un aborto spontaneo, che non viene contestato come reato al marito, ma che dà la prova della violenza con cui il convivente la trattava. È in corso, davanti al collegio presieduto da Miazzi e al pubblico ministero De Munari, il processo ad un immigrato marocchino che avrebbe fatti vivere anni da incubo alla moglie, sua connazionale. «Devi portami rispetto. Se non lo sai te lo insegno io». Era questo il ritornello che il marito le ripeteva. E, per rendere efficaci le sue parole, era solito insultarla, minacciarla e picchiarla. La lasciava al freddo, o senza cibo. E, in due occasioni, l’aveva stuprata; le aveva prima legato i polsi. Il dramma era finito quando la moglie aveva trovato la forza e il coraggio di denunciarlo, dopo un paio d’anni di violenza fra le pareti domestiche.

Alla sbarra c’è il cittadino marocchino di 44 anni E. M. R., residente in città (le iniziali sono a tutela della presunta vittima, altrimenti riconoscibile). L’imputato, difeso dall’avv. Rachele Nicolin, deve rispondere di maltrattamenti in famiglia e di violenza sessuale aggravata. I fatti contestati dalla procura interessano un lungo arco temporale, nel corso del quale il comportamento del marocchino, che all’epoca lavorava come operaio, sarebbe peggiorato, rendendo quotidiano il terrore per la moglie, oggi 37 anni, che dopo la denuncia si separò. Dal giugno 2012 in avanti il marito avrebbe iniziato ad insultare ogni giorno la convivente, che in aula potrebbe costituirsi parte civile per chiedere i danni. L’avrebbe poi minacciata, anche pesantemente.

Per il marito la moglie doveva imparare a rispettarlo. Il che significava soddisfare tutte le sue esigenze ed essere punita per ogni mancanza. Per questo, l’avrebbe colpita «frequentemente con pugni e schiaffi», qualche volta legandole i polsi di modo che non potesse reagire. Fra le altre punizioni c’era quella di lasciarla digiuna, o di omettere di fornirle il minimo necessario per sopravvivere, se lei si rifiutava di obbedirgli. In questo contesto, in base a quanto ricostruito dagli inquirenti, lei sarebbe stata gettata a terra e colpita con un calcio all’addome, finché era incinta, e minacciata con un coltello: «Ti taglio a pezzi e ti faccio sparire e nessuno saprà che fine hai fatto». Era la fine di gennaio 2013; ai primi di marzo lei si recò in ospedale per l’aborto. Il reparto di ginecologia segnalò la circostanza ai poliziotti del posto fisso del San Bortolo, che avvisarono i colleghi della squadra mobile e la procura. I verbali arricchirono l’indagine scattata in un momento successivo.

In almeno due occasioni, poi, l’imputato avrebbe legata per i polsi alla testiera del letto la moglie, e l’avrebbe stuprata, costringendola a rapporti sessuali violenti. Tutte accuse dalle quali il marocchino si difende con forza, riferendo sì di litigi in casa, ma mai di episodi di prevaricazione.