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05.10.2017

La mamma la picchia
e il patrigno la violenta

Le violenze sarebbero avvenute in camera da letto. ARCHIVIO
Le violenze sarebbero avvenute in camera da letto. ARCHIVIO

Un incubo. È quello descritto dalla procura che ha chiesto e ottenuto dal giudice Maria Trenti il rinvio a giudizio di una coppia, accusata di comportamenti pesantissimi nei confronti della figlia. La mamma l’avrebbe picchiata, il patrigno violentata. Entrambi i genitori si difendono con forza, mentre la presunta vittima, ora maggiorenne, potrà chiedere un risarcimento dei danni. Il processo davanti al collegio inizierà nel gennaio prossimo.

LA FAMIGLIA. La ragazza, che oggi ha 22 anni, fino alla primavera del 2013 ha vissuto a Longare con la mamma e il patrigno. La donna, africana, si era separata dal marito vicentino ed era andata a convivere con la figlia e il nuovo marito.

LE ACCUSE. In tribunale dovranno presentarsi F. P., 38 anni, operaio vicentino, e F. O., 47, nigeriana, che oggi vivono a Torri di Quartesolo (le iniziali sono a tutela della ragazza, altrimenti riconoscibile). Il patrigno, difeso dall’avv. Antonella Carrarini, è accusato di violenza sessuale aggravata, la madre (avv. Carlo Covini) di abuso di mezzi di correzione. I fatti contestati sarebbero andati avanti dall’estate 2010, quando la giovane aveva 15 anni, fino al giugno 2013, quando scoppiò il caso con le denunce e l’avvio di un’indagine da parte della procura, che con il pubblico ministero Sorvillo ha ricostruito uno spaccato drammatico e angosciante.

LE VIOLENZE. In base a quanto ricostruito dalla polizia giudiziaria, e confermato in sede di incidente probatorio dalla ragazza, in «molteplici occasioni» l’operaio avrebbe abusato della figliastra. Si sarebbe presentato nudo in camera sua, costringendola a compiere e a subire atti sessuali pesanti dopo essere stata a sua volta spogliata. I fatti sarebbero accaduti anche quando non aveva ancora compiuto 16 anni. La mamma non ne sarebbe stata a conoscenza, perchè gli episodi sarebbero avvenuti quando non era in casa.

LE BOTTE. L’africana deve rispondere invece di aver colpito la figlia, in un episodio che risale all’autunno del 2012. Per rimproverare e per punire la ragazza, la mamma l’avrebbe percossa con il manico di una scopa e con il tacco di una scarpa, e le avrebbe gridato, in inglese, «ti uccido». Secondo il magistrato, ha ecceduto violando pertanto la legge.

LA DIFESA. I due imputati contestano fieramente la ricostruzione della procura e la ritengono frutto di invenzioni da parte della ragazzina, che non aveva un buon rapporto con loro, stando a quanto sostengono. Si difenderanno in aula, dove saranno ascoltati vari testimoni per far luce su una vicenda terribile, destinata comunque a spaccare la famiglia.

Diego Neri
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