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15.04.2017

Furia omicida, venti coltellate alla moglie

Mirko Righetto e Nidia Lucia Loza Rodriguez ritratti in un momento felice in una foto su Facebook
Mirko Righetto e Nidia Lucia Loza Rodriguez ritratti in un momento felice in una foto su Facebook

Venti coltellate per mettere fine alla vita della moglie. Secondo fonti investigative è questo il numero di ferite che Mirko Righetto ha inferto con un coltello a serramanico a Nidia Lucia Loza Rodriguez durante il raptus di follia che lo ha colto nella notte tra mercoledì e giovedì. Non ci sono dunque soltanto le due pugnalate sulla parte destra del collo, quelle che per i carabinieri sono risultate mortali. Il dato aspetta comunque di essere cristallizzato dall’autopsia. Anche perché lo stesso arrestato, in carcere con l’accusa di omicidio aggravato, durante il primo interrogatorio ha affermato di ricordare poco o nulla di quello che è accaduto in quei drammatici istanti nella villetta della coppia in via Alpini, a Camisano. Oggi, l’assassino reo confesso verrà ascoltato nuovamente dal giudice per le indagini preliminari Massimo Gerace.

L’OMICIDIO. I militari del nucleo investigativo confermano la ricostruzione fatta nelle ore immediatamente successive al delitto. L’omicidio sarebbe stato commesso tra le 23.40 e la mezzanotte. Righetto, imprenditore di 47 anni, e la moglie, di 37, di origini colombiane ma in possesso della cittadinanza italiana, che lavorava come infermiera in una casa di riposo a Villafranca Padovana, erano seduti a tavola uno di fronte all’altra quando hanno cominciato a litigare mentre la figlia dormiva nella sua cameretta al piano di sopra. Durante la discussione lei avrebbe accusato lui di essere un drogato e un fallito, e lo avrebbe minacciato di tornare in Colombia portando con sé la bambina di 3 anni per non fargliela più vedere. Sentendo quelle parole, il marito è andato su tutte le furie, ha afferrato d’istinto il coltello a serramanico e ha cominciato a menare una raffica di fendenti senza dare la possibilità alla vittima di difendersi.

LE TELEFONATE. A quel punto, sempre secondo gli investigatori coordinati dal pubblico ministero Paolo Fietta, Righetto si è cambiato i vestiti sporchi di sangue. Dopodiché, ha telefonato alla madre, che abita poco distante, per chiederle di andare a prendere la nipotina. Poi, una volta rimasto da solo all’interno dell’abitazione, ha chiamato il 113 per costituirsi e per dare l’indirizzo di casa. Ha quindi atteso l’arrivo dei carabinieri, della polizia e del personale del Suem seduto sul divano in soggiorno e ha mostrato loro il corpo senza vita della donna. Il medico ha provato inutilmente a rianimarla, ma purtroppo non c’era più nulla da fare.

IL PRIMO INTERROGATORIO. Righetto è stato arrestato e portato in caserma, dove ha confessato il delitto anche davanti al pm di turno e alla presenza del suo difensore d’ufficio, l’avvocato Roberto Pelloso, dato che il suo legale di fiducia, Marco Dal Ben, si trova all’estero. L’assassino ha inoltre aggiunto anche altri particolari. Ha raccontato che quella sera aveva ordinato una pizza e di averne lasciata metà alla moglie. Poi, però, la situazione era degenerata. Non ricorda quante volte ha rivolto l’arma da taglio contro la donna e ha affermato di essere tornato in sé solamente quando l’ha vista sul pavimento della cucina in una pozza di sangue.

L’INDAGINE. La confessione e gli elementi raccolti hanno spinto il procuratore Antonino Cappelleri ad affermare che «il quadro giudiziario è sostanzialmente chiaro». La procura ha dato incarico all’anatomopatologo Giovanni Cecchetto, dell’istituto di medicina legale di Padova, di eseguire l’autopsia che si terrà mercoledì mattina. Alle 9.30 di oggi, invece, comincerà l’interrogatorio di garanzia che Righetto sosterrà davanti al gip.

Valentino Gonzato Matteo Bernardini
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