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11.08.2017

Salvare vite in Africa tra guerre e sparatorie

L’ex primario del Pronto Soccorso dell’ospedale di Vicenza Riboni con una piccola paziente
L’ex primario del Pronto Soccorso dell’ospedale di Vicenza Riboni con una piccola paziente

«Dottor Riboni, fuori sparano». L’infermiera parla una lingua a metà fra swahili e inglese. Riboni, il camice incollato sulla pelle, tiene in braccio una bambina di pochi mesi, denutrita. Il medico vicentino ha gli occhi stanchi. Non dorme da troppe ore. Il lavoro è senza tregua in sala operatoria, in ambulatorio, nei corridoi del piccolo ospedale di Cuebeit. Qui si nasce e si muore ogni istante, ogni giorno, ogni notte. Senza sorrisi. Senza lacrime. La vita dura un lampo.

IL MEDICO. Vincenzo Riboni in questo posto ai confini del mondo, abbandonato da tutti, lavora con quella narrazione di uomo che è solo sua. Il senso della missione di medico, la fede, l’anima laica.

La divisa è quella del Cuamm, l’Ong dei doctors with Africa, la prima in campo sanitario riconosciuta in Italia, la più grande organizzazione nazionale per la tutela della salute delle popolazioni africane, nata nel 1950 per intuizione del medico scledense Francesco Canova e dell’allora vescovo di Padova Girolamo Bortignon. Oggi, questa Ong, è impegnata in sette paesi subsahariani per aiutare mamme e bambini, malati di Aids e turbercolosi, disabili. Riboni quella divisa non l’ha mai tolta. I suoi quasi 30 anni vissuti con passione come primario del pronto soccorso del San Bortolo non sono dimenticati ma perdono voci e contorni nella sua Africa, un continente che ama e serve dal 1978, un tempo ormai lontanissimo.

LA STORIA. Allora era un giovanotto. Oggi ha i capelli grigi. Ma quel primo amore lo porta sempre addosso come fosse l’ultimo. Ogni volta che da Padova arriva la chiamata (prima era mons. Luigi Mazzuccato oggi è don Dante Carraro), Vincenzo lascia tutto e parte. La prima volta del Sud Sudan fu nel 2008 a Yirol. Poi, nel paese più giovane del mondo, in cui la guerra si mescola alla fame, i bambini diventano presto soldati, orfani, vittime, e più del 30 per cento degli 11 milioni di persone è denutrito, dove si vive sempre pericolosamente fra proiettili, dolore e violenze. Qui senza garanzia di futuro, il dottor Riboni ci è tornato ogni anno. È qui, a Cueibet, nel piccolo stato di Gok, che Riboni è rimasto da metà gennaio ad aprile. È qui che è ritornato ai primi di luglio per fronteggiare bisogni senza fine in mezzo a povertà e malattie dilaganti. Ed è qui che vive da giorni ore difficili in un clima di terrore.

LA VIOLENZA. Padong è un villaggio che confina con lo stato di Gok. Alcuni dei suoi abitanti sono stati derubati degli animali e c’è scappato il morto. È stata la gente che vive in capanne di sabbia attorno a Cueibet a sferrare l’attacco. L’oltraggio non poteva rimanere impunito e così quelli di Padong hanno deciso di vendicarsi. Si sono armati di fucili ed è esplosa la battaglia mentre donne, vecchi e bambini fuggivano dalle case. I pochi soldati che formano le milizie di Gok si sono asserragliati in ospedale, fra un silenzio che si toccava, dietro le finestre, fucili in mano. L’ospedale era stracolmo di umanità. Folle di bambini in pediatria, centinaia di pazienti in medicina, chirurgia, decine di donne nelle sale-parto.

Gli infermieri avevano paura. «Ma io – racconta Vincenzo - ho fatto proseguire il lavoro anche se ero pronto ad ordinare l’evacuazione». Una tensione insopportabile, Poi, al termine della mattinata, lo scontro attorno al mercato, 300 metri più in là. Ma l’ospedale è stato risparmiato. Riboni, il medico italiano, è rispettato da amici e nemici.

Alla fine i guerrieri di Padong sono stati fermati. E verso le 14 è iniziato l’afflusso dei feriti di Cuebeit. Riboni ha operato fino a notte fonda, ha suturato, medicato, senza soste. Ma nelle aree vicino al Nilo ci sono i ribelli che si oppongono al governo centrale e non esitano ad assalire i mezzi che trasportano alimenti.

Franco Pepe
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