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sabato, 25 novembre 2017

Carcere per le botte
alla moglie: torna
libero e ricomincia

L’indagato dopo le violenze del 2002 era finito in carcere. ARCHIVIO (MILANIC)

VICENZA. «La prima volta l’ho riaccolto in casa perchè l’avevo perdonato e perchè ero convinta che sarebbe cambiato. Mi sbagliavo. E poi ho sempre subito abusi su abusi perché era l’unico che portava a casa uno stipendio. Come avremmo fatto io e i nostri figli a tirare avanti?». È lo sfogo, drammatico, di una cittadina ghanese che da 15 anni le prende dal marito. Lui, nei giorni scorsi, è stato allontanato di casa dai carabinieri su ordine del giudice Arban, che ha accolto la richiesta del pubblico ministero La Placa. Almeno la moglie e la figlia minorenne potranno tirare un sospiro di sollievo.

IL PRECEDENTE. E. B., 50 anni, di origini ghanesi, residente in città (le iniziali sono a tutela della figlia, che ha meno di 18 anni, altrimenti riconoscibile), era stato arrestato nel 2002 dopo aver aggredito con violenza la moglie, sua connazionale. Aveva subito il processo e quindi era tornato in libertà. Era rientrato a casa, e «dopo un primo periodo di tranquillità famigliare» aveva ripreso con l’atteggiamento ostile.

ANNI DI VIOLENZE. In base a quanto ricostruito dalla procura, sulla scorta delle indagini dei carabinieri della stazione, che hanno ascoltato anche un vicentino, per qualche tempo ospite nell’abitazione del quartiere della Stanga, oltre al medico di base, il marito avrebbe avuto un serio problema di alcolismo. E quando beve diventa intrattabile e violento. L’indagato sarebbe stato solito minacciare anche di morte la moglie, anche alla presenza dei figli. L’avrebbe umiliata di continuo, offesa con epiteti irripetibili, oltre che aggredita. Anche i bambini, quando osavano difendere la madre, sarebbero stati insultati e minacciati. Per 12 anni, lui avrebbe detto alla moglie «devi andare via di casa, ti ucciderò, ti butterò giù dal balcone». L’avrebbe accusata di tradirlo, anche se lei non ha mai frequentato nessun altro, e avrebbe alzato le mani anche quando lei era incinta.

LE BOTTE. I militari del maresciallo Denza hanno ricostruito alcune aggressioni. Il 30 dicembre scorso, dopo essere rientrato a casa ubriaco, l’avrebbe aggredita e percossa, urlando minacce sconsiderate. La notte del 15 febbraio, l’aveva trovata a dormire sul divano, e le aveva intimato di andare a letto. Al suo rifiuto, l’avrebbe presa per il pigiama, strattonata e minacciata: «Chiama i carabinieri, chiama chi vuoi, io ti ammazzo», spingendola poi sul divano e dopo aver brandito una sedia l’avrebbe presa a schiaffi e pugni facendola cadere a terra. Lei era finita in ospedale, ed era guarita in una settimana. Ancora, in aprile, quando aveva scoperto che lei voleva separarsi, l’aveva presa a sberle non prima di essersi ubriacato, e l’aveva minacciata: «Ti uccido davanti ai carabinieri, se mi mandano via di casa tu devi sparire». Minacce pesanti l’indagato le avrebbe rivolte anche alla figlia più grande.

LE RAGIONI. Quando l’africana si era rivolta in caserma (nel primo caso, dopo la visita al pronto soccorso, era stata contattata dalle forze dell’ordine) aveva spiegato di non aver mai denunciato il marito perché costretta a tollerare i maltrattamenti «perché dipendo economicamente da lui». Con l’allontanamento dell’indagato, è scattata anche la tutela da parte dei servizi sociali per la famiglia.

LA DIFESA. Il ghanese, assistito dall’avv. Andrea Rizzato, avrà la possibilità di chiarire il suo comportamento e di difendersi dalle accuse, assai pesanti. Per la procura da 12 anni rende la vita impossibile in famiglia.