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03.07.2016

Badanti all’attacco
Boom di denunce
per il lavoro nero

Una badante accompagna in centro una pensionata. ARCHIVIO
Una badante accompagna in centro una pensionata. ARCHIVIO

Irina aveva un contratto di lavoro come badante per 30 ore settimanali. Solo che ne faceva almeno 52. Quando il suo “vecchietto” è andato avanti, lei ha scoperto che, per colpa di quel contratto, aveva diritto a un sussidio di disoccupazione ridotto. E ha denunciato il suo ex datore di lavoro. Quello di Irina non è un caso isolato: sono in aumento badanti e collaboratrici domestiche che, per motivi diversi, aprono vertenze di lavoro, anche se una minima parte di queste sfocia poi in una causa davanti al giudice. Quello che accomuna il 90 per cento delle dispute è che la contestazione arriva dopo che il rapporto di lavoro si è già concluso.

IL FENOMENO. Raccogliere dei numeri non è semplice. Ma agli sportelli badanti di Cgil, Cisl, Uil e Usb nessun addetto è impreparato sul tema. A fare la parte del leone il sindacato “rosso”, che dal 2013 a oggi ha curato circa 400 pratiche, con un centinaio di nuovi casi all’anno. Gli altri si fermano a qualche decina. I motivi più comuni? «Stipendi non pagati, riposi non goduti, sabati e domeniche retribuite senza maggiorazione, contratti part time per rapporti che sono a tempo pieno. Spesso si tratta di casi di elusione dei contributi. Al momento dell’assunzione la lavoratrice accetta certe condizioni, ma quando il rapporto cessa e la badante si accorge di non avere diritto all’assegno di disoccupazione, si rivolge a noi» dicono alla Cgil.

GUERRA TRA “POVERI”. La differenza rispetto al lavoratore che fa causa all’azienda è che non c’è un Davide contro Golia. «Ci troviamo di fronte a due soggetti deboli, ovvero la badante e la famiglia. Per questo privilegiamo la strada conciliativa», spiega Fabio Dal Cortivo, responsabile dell’ufficio legale della Cisl, che osserva «un aumento della vertenzialità tra gli stranieri. Non solo tra le badanti, ma anche nei servizi di pulizia e nell’edilizia. Settori nei quali cresce la consapevolezza dei diritti». «Seguiamo una trentina di casi l’anno - dice Antonio Castaldo (Uil) -. Tutte lavoratrici dell’Est Europa. Una su tre finisce dal giudice del lavoro, dove i tempi sono più lunghi». Sono in poche a scegliere questa strada; nel 50 per cento dei casi si arriva a una conciliazione in sede sindacale. Il problema maggiore è ricostruire a ritroso un rapporto già concluso in assenza di prove documentali. Difficile, ma non impossibile: la Direzione territoriale del lavoro predispone controlli anche a posteriori. «Quando c’è una denuncia di lavoro irregolare - spiega il responsabile della Dtl di Vicenza Francesco Bortolan - si procede o con l’ispezione, o convocando le due parti con la conciliazione monocratica». La percentuale di accordi è alta, perché le famiglie hanno tutto l’interesse a chiudere la contesa evitando ispezioni e sanzioni. Per questo talvolta sono le badanti ad avere il coltello dalla parte del manico. «Alcune probabilmente ci marciano anche - raccontano i sindacati - ma osserviamo molta confusione. Arrivano nei nostri uffici quando non sanno dove sbattere la testa. Mescolano rapporti di lavoro e fatti personali. Si sfogano come dallo psicologo».

Paolo Mutterle
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