mercoledì, 16 gennaio 2019
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28.05.2011

G. Rigoni Stern
«Così ho aiutato
le tante vedove  
del boia Mladic»

Gianni Rigoni Stern con una vedova bosniaca. FOTO DI DIEGO STELLINO
Gianni Rigoni Stern con una vedova bosniaca. FOTO DI DIEGO STELLINO

A Suceska la notizia dell'arresto del boia di Srebrenica è arrivata con qualche ora di ritardo. Nell'altopiano a dieci chilometri dalla città dilaniata dallo sterminio, ordinato dal generale serbo-bosniaco nel '95, i contadini che vivono nelle contrade erano impegnati con le mucche nelle stalle.
Quelle vacche sono italiane, esemplari trentini portati a Srebrenica da un asiaghese testardo, poco avezzo alle chiacchiere e più portato alla concretezza che ti insegna la montagna.
Gianni Rigoni ha appena varcato il confine bosniaco, lo fa una decina di volte all'anno. Ma questa volta tra le mura delle case si respira un'aria diversa che sa di giustizia mista al dolore che ritorna. La notizia dell'arresto di Ratko Mladic ha risvegliato in città i ricordi tremendi della guerra in Bosnia, dopo 16 anni sono tornati gli incubi mai soppressi di un Paese che non scorderà mai quello che è successo. L'arresto del generale dopo 15 anni di latitanza, non potrà mai cancellare il lutto per le 8.372 vittime (fonti ufficiali) delle incursioni effettuate dalle truppe serbo-bosniache che massacrarono migliaia di musulmani bosniaci nel luglio 1995. «Qui tutti hanno avuto parenti uccisi durante lo sterminio - racconta Rigoni - questa è una città fatta di vedove e orfani».
È a loro che Gianni Rigoni Stern ha dedicato un progetto partito nel 2010 grazie all'attrice e regista Roberta Biagiarelli che da anni si occupa di Srebrenica, raccontando i lutti e la tragedia passata. I due si incontrano, Roberta propone a Gianni di piantare degli alberi in Bosnia, ma lui le risponde secco: «La xe na monada!». Serve altro, serve concretezza, solidarietà che si tocca. E arriva l'idea: portare a Srebrenica delle mucche per il sostentamento dei contadini dell'altopiano di Suceska: Rigoni si mette in moto, chiede aiuto alla Provincia autonoma di Trento che finanzia il progetto, a disposizione ci sono 48 vacche della Val Rendena.
Per Gianni è stato come rivivere le atmosfere dell'altopiano di Asiago, ma ad un'altra latitudine. La prima cosa che ha fatto è stato censire e conoscere Suceska, contrada per contrada. È entrato nelle case delle persone, ha fatto sopralluoghi, accumulato dati, ha stilato un censimento dell'area: quante persone, la loro età, l'allevamento, il tipo di agricoltura.
Le mucche sono state consegnate nel dicembre scorso per sorteggio, ma nelle settimane successive sono iniziati i corsi di formazione in agricoltura e allevamento coordinati dallo stesso Rigoni che subito ha chiarito al suo arrivo a Srebrenica che «solo chi avrebbe frequentato i corsi per intero avrebbe avuto diritto a ricevere in dono una vacca». Altre 35 arriveranno entro l'anno. Il viaggio sarà sempre lo stesso delle 48 manze e manzette fatte arrivare a dicembre. Saranno caricate su un tir a due piani diretto al confine croato-bosniaco, poi la frontiera tra Croazia e Bosnia Erzegovina a Zupanja, e ancora a Odzak, nella stalla di confine. Passa anche da queste mucche la sopravvivenza di una città che fa fatica a guardare avanti: «Le ferite non si sono rimarginate - spiega Rigoni Stern - ma è da queste campagne che si può ripartire».
 L'INCONTRO. Tutto nasce dalla sensibilità di Roberta Biagiarelli, attrice teatrale, regista e scrittrice che da più di 10 anni orbita intorno a Srebrenica a tal punto che ha realizzato il monologo teatrale "A come Srebrenica" (1998) e il documentario "Souvenir Srebrenica" (2006). Nel 2009 l'incontro con Gianni Rigoni che ha dato il via al progetto della transumanza della pace in collaborazione con la Provincia di Trento

Eugenio Marzotto
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