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05.02.2019

La messa di don Mukasa tra Vangelo e canti alpini

Don Mukasa con il cappello che gli hanno regalato gli alpini. MARINI
Don Mukasa con il cappello che gli hanno regalato gli alpini. MARINI

Un amore sconfinato per il suo Paese, il Togo, una fede incrollabile in Dio e una genuina simpatia per gli alpini. È questo il mondo di don Mukasa Apreato, prete africano nato nel 1964 e da qualche mese vicario parrocchiale a Bolzano Vicentino. La sua storia è legata a doppio filo con quella della città di Vicenza. «Nel mio paese Togoville, c’era un missionario comboniano di Malo, padre Francesco Grotto - racconta -. Fu lui a propormi di diventare prete». Il percorso in seminario iniziò nel 1977, ma si interruppe bruscamente nel 1991, quando la struttura chiuse a causa di alcuni scioperi. A correre in aiuto del giovane Mukasa, una coppia di vicentini, amici di padre Grotto. «Gabriella e Peppino Pavan mi hanno dato una mano per farmi continuare gli studi a Vicenza. Il mio vescovo doveva però dare l’ok. Lo incontrai e con lui parlai anche un po’ in italiano, così acconsentì a farmi partire». L’approccio con la città del Palladio, datato 1991, fu molto positivo. «Ricordo il primo giorno in seminario. Mi hanno accolto benissimo, facendomi anche una piccola festa. Nostalgia? Si, negli anni un po’ ne ho avuta, ma ho sempre trovato conforto nella preghiera». L’ordinazione del giovane seminarista, avvenne il 4 giugno 1995, dal vescovo Pietro Nonis. «Quella data non la posso proprio dimenticare - spiega sorridendo don Mukasa -, perché quel giorno il Vicenza Calcio andò in Serie A». Di qui, il ritorno in Togo, senza mai tagliare completamente il legame con il capoluogo berico. «Sono sempre rimasto in contatto con i miei amici vicentini». L’occasione per tornare a Vicenza, si presentò nel 2007. «Iniziai a studiare ecumenismo a Venezia e la curia mi mandò a Torri di Quartesolo, come prete e studente, in aiuto del parroco don Emilio Pobbe». Fu proprio in quegli anni che il prete africano incrociò il mondo delle penne nere. «Ho detto messa molte volte nella sede degli alpini di Torri - continua -. Andavo sempre volentieri e mi sono ispirato spesso ai loro canti per le prediche durante la celebrazione. Alcuni, infatti, sono molto commoventi». Nel 2010, le penne nere di Torri hanno anche omaggiato don Mukasa con un vero cappello alpino. «Me lo hanno regalato durante un raduno degli alpini organizzato proprio a Torri - ricorda commosso -, mi hanno chiesto di indossarlo e poi abbiamo cantato “Sul cappello”». Dopo la tesi, sempre nel 2010, il prete è tornato in Togo, prima di un nuovo ritorno nel vicentino, per ragioni di salute, dove oggi aiuta il parroco di Bolzano don Luciano Attorni. «Sono felice di essere utile alla Diocesi di Vicenza, che ha partecipato alla mia formazione». Non può mancare, infine, un commento sul fenomeno dell’immigrazione dall’Africa, che ancora oggi divide l’opinione pubblica italiana ed europea. «Accuso il silenzio di chi vede e fa finta di niente - conclude don Mukasa -. Ovvero dei paesi che per il passato hanno colonizzato il continente africano. In Togo, ad esempio, c’è tanta sofferenza, il popolo vuole leggi giuste e come chiesa non possiamo essere indifferenti di fronte a questo». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Marco Marini
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