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29.10.2017

I migranti nel paese che guardava a Nord

Annamaria Pozzato e Paola FabrisSi discute in piazza sulla questione profughi. FOTOSERVIZIO CISCATOOmero Miotello
Annamaria Pozzato e Paola FabrisSi discute in piazza sulla questione profughi. FOTOSERVIZIO CISCATOOmero Miotello

In piazza Røst non ci sono occhi chiari e capelli biondi. Sotto al cartello, scritto rigorosamente usando l’aptang norvegese (il simbolo del diametro), due ragazzi di colore con gli occhi grandi e le magliette dell’Inter parlano una lingua incomprensibile.

La Sandrigo dell’avvocato Benetazzo guardava al Nord del mondo, e soprattutto ai merluzzi pescati al largo delle coste norvegesi. Non poteva immaginare, l’uomo che ha dato lustro al baccalà sandricense, che la bussola si sarebbe orientata a sud. E non il sud del marocchino Moustafa, che vende scope telescopiche da sei metri a dieci euro l’una, ma il Sud degli “uomini neri” provenienti da Nigeria, Somalia, Sudan o Costa D’Avorio.

Ne sono arrivati più di 200 nel paese del baccalà Norvegese, ospiti in due hotel locali.

«Troppi», dicono qui spiattellando il numero degli abitanti, che non arriva a 8.500. E il paese si divide, fra coloro che non gradiscono l’ospitalità forzata e chi invece si appella all’accoglienza e alla solidarietà. In realtà, la maggioranza sta dalla parte della diffidenza. Ci vuol poco ad infiammare le piazza nel giorno di mercato.

«Non siamo tranquilli», afferma uno dei tanti pensionati che affollano le bancarelle. «Specialmente la sera, le donne hanno paura ad uscire da sole. E sa cosa le dico? Uno che conosco, che abita vicino agli hotel dei profughi, ha venduto un appartamento a 18 mila euro, pur di liberarsene. Quelle case non valgono più nulla».

«Un altro si è ritrovato tutta la rete di recinzione rotta perché i profughi la saltavano per andare a prendere i palloni che finivano in giardino», gli fa eco Mario Catelan, figlio di emigranti italiani in Francia, che continua: «Lui è andato a dirlo al Comune e là gli hanno risposto che deve arrangiarsi a mettere un cancello, così non saltano più. Ma che risposta è? Tocca al proprietario trovare la soluzione per colpa di quelli?».

Al bar Commercio l’ex titolare Omero Miotello, che ha ceduto il locale a una famiglia di cinesi «tutte persone squisite», cerca di alzare il livello della conversazione parlando di questioni internazionali. Ma poi si torna subito al concreto. «È una questione di culture diverse, siamo troppo diversi da loro e loro da noi», incalza Annamaria Pozzan, seduta al bar dei cinesi con quattro amiche. Sa cosa combinano al campetto della parrocchia? Fanno la pipì e la cacca dove gli capita, e poi non fanno niente durante il giorno».

Affermazione forte che produce la reazione altrettanto forte dell’amica Daniela. «Io sono dalla loro parte e tu hai dei pregiudizi solo per il colore della pelle. Non fanno nulla di male».

La discussione rischia di degenerare. «Io non sono razzista. Portateli a casa visto che li difendi tanto».

«Io faccio già volontariato - la risposta - faccio la mia parte, non mi limito a parlar male dei migranti».

Nella discussione si inserisce pure la cameriera Paola Fabris, con il vassoio in mano. «Mio figlio ha dovuto emigrare in Australia e farsi tre mesi nei campi prima di ottenere il permesso di rimanere. Là bisogna dimostrare di avere reddito, un lavoro, mentre questi arrivano, non fanno nulla e hanno solo diritti. Qui gli anziani non arrivano a fine mese e lo Stato paga per mantenere i profughi».

Rincara la dose la vicina di sedia con accento dell’Est. «Io sono serba, quando sono arrivata qui, 18 anni fa, mi hanno chiesto tutta una serie di documenti e garanzie. Mio marito doveva sgobbare tutto il giorno per garantirci i soldi per vivere in Italia, mentre i profughi non fanno nulla».

L’aspetto della sicurezza viene fuori spesso, ma in realtà nessuno, quando chiedo se è mai successo qualcosa di spiacevole o violento, è in grado di confermarlo. Alle mie domande: Sono pericolosi? Si sono macchiati di qualche reato? La risposta è sempre la stessa: «No, no, questo no, però sa, a vederli...».

A vederli, già. Di venerdì basta andare al campo vicino alla chiesa del centro. Non tutti duecento, chiaro, ma almeno una trentina si sfidano settimanalmente a pallone. Intanto, nel parchetto attaccato al campo da calcio si incrociano giovani mamme sandricensi e madri con il velo. Due donne si attaccano alla rete di recinzione del campo e salutano i ragazzi che giocano a pallone sorridendo. «Li conosciamo tutti dicono, uno per uno, sappiamo i loro nomi. Che male possono fare questi ragazzi?». «Scommetto -dice una delle due - che in piazza vi avranno raccontato che sono pericolosi. Ma li vedete? Purtroppo c’è molta ignoranza dietro a chi parla in un certo modo».

Don Davide Gasparotto, il giovane cappellano, spiega che il campetto è stato dato in convenzione alla Cooperativa. «Il venerdì viene usato dai migranti. Una volta abbiamo fatto una partita dove ho giocato anch’io. È stato bello. Certo, sarebbero un po’ tanti per un centro come questo. E quindi è anche comprensibile una certa insofferenza. Devo anche dire che molti parlano senza conoscere bene il problema. Il fatto che questi ragazzi usino sempre i telefonini, ad esempio, è comprensibile. Vorrei vedere uno di noi, lontano da casa, in quelle condizioni».

In centro, intanto, è tempo di spritz. In piazza Røst i due ragazzi di colore dagli occhi grandi hanno inforcato le bici e sono spariti fra le strette vie del paese che guardava al Nord del mondo. Moustafa non è riuscito a vendere l’ultima scopa da sei metri, ma venerdì sarà qui di nuovo.

Dennis Dellai
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