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10.11.2017

Il padre denuncia figlio e baby gang

Pezzi di scooter e motociclette rubati in una foto d’archivio
Pezzi di scooter e motociclette rubati in una foto d’archivio

Quando il padre gli aveva chiesto spiegazioni su tutto quel materiale che era spuntato dal nulla in garage il figlio aveva balbettato. Alla fine, messo alle strette, aveva confessato che sì, forse, gli amici avevano preso qualche casco e qualche marmitta, ma che era tutto a posto. E quando il padre, insospettito, aveva saputo che ad un conoscente erano stati rubati dei pezzi della sua moto, non ci aveva pensato due volte e si era presentato in caserma, raccontando ai carabinieri l’accaduto e consegnando loro tutta la refurtiva. Ed è così che è stata scoperta una baby gang: la procura per i minorenni di Venezia ha di fatto chiuso le indagini a carico di quattro ragazzini, all’epoca dei fatti di 15 e 16 anni, che abitano fra Grisignano e la vicina provincia di Padova. I giovani, oggi appena maggiorenni, sono accusati a vario titolo di furto e ricettazione, e in un caso anche di lesioni ai danni di un coetaneo, ferito da un indagato.

I fatti contestati dal magistrato risalgono ai primi mesi del 2015. All’epoca, c’erano stati diversi furtarelli fra Grisignano, Poiana di Granfion e Camisano, ma anche a Veggiano e Mestrino, fino a Montegaldella. A sparire erano caschi, motorini o anche componenti delle due ruote: selle, marmitte, specchietti. Tutta merce dal valore economico non ingente, ma l’attività di una banda specializzata aveva suscitato una certa preoccupazione. Le vittime erano perlopiù studenti: i furti avvenivano o all’esterno delle stazioni ferroviarie di Grisignano e Mestrino, o comunque in luoghi frequentati da giovani.

A compiere quei colpi sarebbero stati i quattro amici, che avevano la passione per i motori e si divertivano, in un annesso rustico del nonno di uno di loro, nel Padovano, a montare e smontare marmitte, a truccarle, e a conoscere i segreti della meccanica. Si sarebbero fatti dare componenti nuove, sottratte - è l’ipotesi - in qualche carrozzeria o centro specializzato, e in parte quel materiale sarebbe stato rivenduto a qualche amico. Poiché però il nonno si era lamentato di tutto quel via vai, i quattro minorenni si erano accordati affinché la refurtiva la nascondesse uno di loro, in garage. E così era avvenuto, fino a quando - è la ricostruzione - il proprietario di casa si era accorto di quella merce e aveva sentito puzza di bruciato. E si è rivolto ai militari, più con lo scopo che quelle componenti venissero restituite ai proprietari che con quello di dare una lezione al figlio, che comunque è arrivata.

Da quanto è emerso, una parte della refurtiva sarebbe stata riconsegnata alle vittime dei colpi, mentre per altra merce non sono stati individuati i titolari.

I ragazzini dovranno con ogni probabilità affrontare il processo, nel corso del quale potrebbero chiedere di essere ammessi alla “messa alla prova”, che consente loro di compiere attività di volontariato e impegno sociale: se le svolgessero adeguatamente, i reati sarebbero a quel punto estinti.

Diego Neri
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