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26.10.2017

Matteo Fabbian
aviatore anti-eroe
della Prima guerra

Matteo Fabbian
Matteo Fabbian

«Qui io mi trovo bene e sono contento, si mangia bene, si dorme e si spera. Questa è la nostra vita di trincea. Fatevi coraggio e non state dare ascolto a nessuno. Dove sono io è una collina dove l’aria è buonissima si ha un bel panorama e si vede benissimo il mare». Scrive queste righe ai “carissimi genitori”, dal Carso, nell’agosto 1916, Matteo Fabbian di Borso del Grappa, un giovane artigliere che da un anno aveva perso il fratello sullo stesso fronte. Un attacco austroungarico con i gas aveva appena fatto strage di militari italiani. Con senso di responsabilità e gusto per l’ironia, Matteo non voleva far temere a papà e mamma un nuovo, insopportabile lutto. Ma sarebbe morto quindici mesi dopo, il 16 dicembre 2017. Nel frattempo era diventato aviatore e conduceva soprattutto ricognizioni. Colpito da una pattuglia nemica, bruciò in un tentativo di atterraggio a Seren, negli stessi cieli di casa dai quali, ogni volta che passava sopra Borso, si abbassava sventolando un drappo bianco per far vedere alla madre che era vivo.

Fabbian non è stato un eroe pluridecorato, ma un ottimo soldato di buona istruzione, rispettosissimo della famiglia e della Patria, che si applicava fino a meritare elogi dai superiori. In poche parole, uno dei tanti bravi ragazzi vittime del conflitto. Ha lasciato lettere e fotografie: ora la sua figura viene riscoperta nel centenario della scomparsa, assurgendo a simbolo dei tanti coscienziosi italiani “normali” sacrificati. A lui, ora sepolto a Cima Grappa, sono dedicate un’affascinante mostra fotografica nella galleria Costenaro assicurazioni, a San Giuseppe di Cassola, un dvd e un libro realizzato dallo studioso Marco Rech con i contributi di Luigino Caliaro, Luca Girotto e Gerald Penz. La rassegna è visitabile fino al 29 ottobre, poi dal 4 novembre sarà a Nove e dal 17 dicembre a Borso del Grappa. A recuperare la memoria e riorganizzare il materiale, Giuseppe Piazza e Rosanna Andriollo, imparentati con la famiglia Fabbian. Non un’operazione monografica, perché si allarga a illustrare la società veneta di inizio Novecento, la guerra di Libia, la situazione del fronte sul Grappa e sull’Altopiano, le operazioni dell’aviazione, le basi, gli armamenti, i Saml italiani e i piloti della selezionata squadriglia austroungarica Flik 55J. Al centro di tutto, comunque, Matteo, classe 1890, ritratto e narrato con la sua passione per armi e motori, la campagna di Libia e il richiamo per la Grande guerra, la spavalderia che lo portava a osare e scherzare durante le esercitazioni, l’umanissima speranza di un altro destino per la gioventù: «Qualcheduno che diceva che la guerra è necessaria dovrebbe essere qui con noi adesso per farci vedere il suo coraggio», scrisse in una delle lettere più toccanti.

Alessandro Comin
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