CHIUDI
CHIUDI
Seguici
Sezioni
Servizi
Cerca

12.08.2017

Fuga dalle malghe
per colpa del lupo
«Cattiva gestione»

Una veduta di malga Galmarara, nell’omonima valle
Una veduta di malga Galmarara, nell’omonima valle

ALTOPIANO. «Non so se il prossimo anno ritornerò». Bepi Rigon, conduttore della malga Galmarara, sospira mentre si appoggia al suo bastone e guarda i pascoli dell'alpeggio dove ha trascorso l'estate negli ultimi 28 anni. Vicino a lui il malghese Renato Pozza di malga Galmarara Pastorile annuisce, così come Maurizio Magonara e la figlia Elena, che conducono malga Zingarella.

Tre uomini plasmati dalla durezza della montagna, che fissano i boschi e prati asiaghesi, la loro casa da giugno a settembre, con gli occhi umidi. Non sanno se il prossimo anno saranno ancora qui nella Val Galmarara sotto i bastioni del Corno verde e Corno bianco, dove cento anni prima i soldati si contendevano ogni metro di terra.

Ora questi uomini, come gli altri 74 che conducono le malghe pubbliche sull’Altopiano, si chiedono se continuare o meno a causa sì del lupo sull’Altopiano, ma anche delle incomprensioni, dell’abbandono, dell'essere marchiati come parte del problema invece che della soluzione che sta accompagnando la gestione del predatore.

«Il lupo fa il lupo, nessuno ce l'ha con lui – puntualizza Rigon –, ma noi siamo stati abbandonati. Tanti discorsi e pacche sulle spalle dai politici non risolvono i nostri guai. Perché qua non viviamo più: si vive con il cuore in gola temendo per la sorte dei nostri capi. Le stesse reti fornite dalla Regione sono una barzelletta: alte 125 centimetri, le saltano i miei stessi cani. I pali forniti sono di plastica sottile, difficili da impiantare visto che il terreno che copre i nostri pascoli è profondo pochi centimetri e sotto c'è solo roccia. Le raffiche di vento ne hanno già divelto alcuni. Ci sentiamo presi in giro. Eppure siamo noi i bugiardi, siamo noi che non sappiamo fare i malghesi, siamo noi con il dito puntato contro da alcuni pseudoesperti e dall'opinione pubblica delle città. Eppure in quest'estate torrida - conclude Rigon – si sono visti pochi escursionisti e ciclisti: come mai, mi chiedo? Che sia la mancanza di denaro, un cambio delle tendenze turistiche oppure anche chi viene tra le nostre montagne, visto che sono principalmente di una certa età o famiglie, teme un incontro ravvicinato con il lupo? Non so la risposta ma anche questo è un danno per noi».

«Da qualche anno ci sono poca erba e poca acqua – aggiunge Pozza – e assieme a queste complicazioni dovute al meteo, e che probabilmente ci costringeranno a scaricare le malghe prima del tempo, ci si aggiunge il lupo. La difficoltà di radunare i capi ogni notte nei recinti prolunga la nostra giornata fino a oltre il tramonto e dopo poche ore siamo nuovamente in piedi per condurre gli animali verso prati ancora pascolabili».

Magonara, che da sempre conduce 1.200 pecore nelle malghe del Zingarella e Portule, sospira. Sembra voler dire qualcosa ma poi guarda la figlia Elena invitandola a raccontare cosa vuole dire fare pastorizia oggi con l'incubo lupo. «Mio papà e mio fratello Luca non dormono da settimane – racconta Elena –: ogni rumore, ogni latrato dei cani provoca un allarme. Dopo l'attacco subìto dal gregge a inizio luglio non c'è più pace. Ed è inutile che ci parlino di cani: i nostri, pur addestrati a proteggere il gregge, quando si sono trovati davanti quattro lupi sono indietreggiati. Erano letteralmente terrorizzati. È stata una scena straziante».

Gerardo Rigoni
Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento richiede l’utilizzo di un “cookie di dominio” secondo quanto indicato nella Privacy Policy del sito; l’invio del commento costituisce pertanto consenso informato allo scarico del cookie sul terminale utilizzato.

pagine 1 di 1