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12.09.2018

La concia ora rallenta «Difficoltà nell’export»

Il distretto della concia sta affrontando un momento di difficoltà soprattutto per l’export. ARCHIVIO
Il distretto della concia sta affrontando un momento di difficoltà soprattutto per l’export. ARCHIVIO

Una contrazione dei posti di lavoro che non si registrava da almeno 5/6 anni nel distretto conciario della Valchiampo. L’allarme arriva dai sindacati, dalla Uiltec Uil in particolare, che registra la richiesta di 7 domande di cassa integrazione ordinaria, avviate da inizio settembre «per circa 70/80 persone, anche se i numeri non sono ancora definiti», precisa il segretario Massimo Zordan, e la chiusura di tre aziende, per 40/45 posti di lavoro, che hanno comunicato la cessazione dell’attività nel primo semestre e hanno chiuso entro luglio. «La preoccupazione c’è - continua Zordan, segretario Uiltec Uil distretto di Vicenza - a questo si aggiungono le principale aziende conciarie che per evitare di ricorrere a cassa integrazione o sospensioni dei lavoratori, applicano sempre più contratti a termine che non vengono rinnovati o prorogati». EXPORT IN CALO. «Detto che il posto di lavoro a vita non è più nel mercato di oggi - precisa Bernardo Finco, presidente della Sezione Concia di Confindustria Vicenza - purtroppo la contingenza internazionale non è favorevole. Si registra una forte contrazione del mercato asiatico, che si è letteralmente fermato, e comunque dei mercati esteri: la Cina è sparita e tra le potenze emergenti il Brasile è allo sbaraglio e in Russia non si può esportare per l’embargo, e questo ci ha tolto un partner importante sia in termini di acquisto che di vendita. Però c’è ancora ottimismo: l’automotive va bene, il made in Italy e i nostri marchi anche. Le aziende di piccole medie dimensioni che chiudono? A volte c’è un problema generazionale oltre che occupazionale». DEPURAZIONE E LIMITI. Altro tema sollevato dai sindacati è relativo alla «saturazione dell’utilizzo dell’acqua nei trattamenti delle lavorazioni - come spiega ancora Zordan, Uiltec Uil - che ha portato alcuni gruppi ad andare verso altri distretti come la Toscana (il Gruppo Mastrotto investe 15 milioni di euro per un nuovo stabilimento a S. Croce sull’Arno, ndr). Qui c’è un doppio problema: i limiti imposti sulla capacità di depurazione e le restrizioni in tema di inquinanti. In Toscana ci sono modalità diverse di lavorazioni e di depurazione». «È un’analisi che abbiamo condiviso con i sindacati - spiega Andrea Pellizzari, consigliere delegato di Acque del Chiampo - il problema della saturazione dell’acqua è noto ed esiste da 8 anni. Ogni metro cubo di disponibilità depurativa, in virtù delle categorie di appartenenza, è già stato assegnato. L’impianto sta lavorando al 110%. Fino al 2012 c’era una sorta di “banca dell’acqua”, che poteva riassegnare una parte di quote non utilizzate ad altre concerie. Ora non più. Il distretto è cresciuto, la capacità depurativa degli impianti è aumentata nell’ultimo decennio del 35%. Quest’anno la società ha ricevuto l’input di studiare una nuova linea di depurazione e di valutare l’effetto positivo del nuovo impianto di ozonizzazione. Per quanto riguarda i limiti, in Toscana non c’è il tema pfas. Lì tra l’altro la normativa ambientale è diversa. La nostra in tema di tutela dell’ambiente è tra le più alte in assoluto». LE AZIENDE. «Le aziende investono in Toscana? Sono costrette ad andare via se non si fanno progetti per il futuro - conclude il presidente della Sezione Concia Bernardo Finco - è vero, c’è la questione pfas, ma sono i limiti quantitativi a rappresentare il problema. Avrebbero dovuto investire molto di più nell’impianto di depurazione e adeguarlo alla crescita delle imprese, alla dimensioni delle capacità produttive del distretto visto che è un settore che funziona. Altrimenti si va in Toscana o all’estero. Non è stata fatta una politica a favore delle aziende. Abbiamo provato a dialogare come consulta e associazioni di categoria. Qui c’era bisogno di investire». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Luisa Nicoli
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