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11.07.2018

La sfida di Andrea, writer daltonico

Andrea D’Amato, 24 anni, vicino al suo ultimo lavoro realizzato a Crosara di Montecchia. DALLI CANIIl writer di Gambellara impegnato in uno dei suoi lavori
Andrea D’Amato, 24 anni, vicino al suo ultimo lavoro realizzato a Crosara di Montecchia. DALLI CANIIl writer di Gambellara impegnato in uno dei suoi lavori

Parlategli pure di sfumature e accostamenti. Dentro la sua testa è tutto un lavoro di traduzione e associazioni. Non è facile riempire di colori il mondo quando il tuo arcobaleno personale è ridotto ai minimi. Ma è proprio questa la sfida - vinta - di Andrea D’Amato, writer 24enne di Gambellara, che si sta affermando sempre più nel mondo dei graffiti nonostante il suo daltonismo. A Montecchia di Crosara ha appena trasformato la cabina Enel del parco giochi “Vicentini” in un totem tutta fantasia. «Uso i nomi dei colori, pur senza distinguerli, grazie ad uno sforzo cognitivo che faccio tutte le volte, ma per me il blu e il viola sono la stessa cosa, come anche il verde, il rosso e il marrone, oppure il lavanda, il lilla e l’azzurro». LA SFIDA. Appassionato di musica (la militanza con gli “After trigger” prima e ora coi i “Pillars of creation” di death metal veronese, oltre a un’avventura solista con il “trap”), Mow3 ha all’attivo diversi lavori. Davanti all’idea di un’intervista la reazione è stata controversa: «Da un lato mi dico ok, ce l’ho fatta nonostante il limite, ma poi mi chiedo se sia stato proprio il limite ad accendere il riflettore. Vabbè - la prende con filosofia - l’attenzione penso di meritarmela». Tra i volontari del comitato “Festa del taio” però, quando l’hanno chiamato per decorare la cabina, nessuno sapeva di questa sua caratteristica: e succede così per tutti i lavori che oggi gli commissionano. «Già - si schermisce - in dieci anni sono passato dal rientro a casa, di notte, con lo spauracchio dei carabinieri alle costole, al telefono che suona perché la gente vuole dei lavori nonostante questo stranissimo “coso” fuori posto», come chiama il daltonismo. Un riferimento al suo modo tutto speciale di vedere i colori può arrivare quando chiacchiera a lavoro finito e può scappargli un “son daltonico, se c’è qualcosa che non va cambio”. Mentre gli altri sgranano gli occhi. «Io allora spiego che all’asilo le suore si lamentavano con mia mamma perché non davo il nome giusto ai colori e solo all’esame per il patentino del motorino si è capito dove stesse il problema». IL PERCORSO. Un problema, per lui, il daltonismo non lo è stato proprio per lo meno in adolescenza: «Ogni graffito nasceva con colori personali, forse azzardati, ma miei, coerenti con quello che considero il graffito, cioè un mezzo. Non la chiamo arte, è più la necessità di farlo, di comunicare che io esisto, qui ed ora, e te lo sto facendo vedere», spiega Mow3. Poi, crescendo, uno stop durato alcuni mesi qualche anno fa: «Ho cominciato ad avere paura di avere una marcia in meno, che quelli avvantaggiati fossero gli altri. Mi son detto che avrei continuato a farli per me - racconta - ma non ero al 100%. Ho smesso, mi son buttato tutto nel graphic design della mia serigrafia, ma mi mancava l’aria. Allora, con grande fatica, ho formattato a mio modo il colore, nel cervello con un difficilissimo lavoro cognitivo e fuori con l’aiuto dei nomi che ci sono scritti sulle bombolette: ho ritrovato così piacere e soddisfazione». Sono una quarantina i lavori su commissione che ha realizzato negli ultimi tre anni, alcuni pubblici (il primo lo skate park di Lonigo), molti privati. E l’estate è già piena con «due officine e una palestra». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Paola Dalli Cani
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