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20.01.2019

I dazi europei salvano il riso berico

La notizia dell’introduzione dei dazi sul riso orientale è stata accolta positivamente dai coltivatori locali
La notizia dell’introduzione dei dazi sul riso orientale è stata accolta positivamente dai coltivatori locali

La notizia era nell’aria già da qualche giorno e ora finalmente è diventata ufficiale: sono scattati i dazi europei sul riso proveniente dalla Cambogia e dalla Birmania (ex Myamar). La Commissione Ue ha infatti accolto le proteste dei produttori italiani e, nei giorni scorsi, ha introdotto una tassa da 175 euro per ogni tonnellata di riso importata nel 2019, da 150 euro nel 2020 e da 125 euro nel 2021. Una vera e propria boccata d’ossigeno per tutti i risicoltori del Bel Paese, primo produttore di riso dell’Unione europea; i due Paesi asiatici, hanno infatti esportato nell’Ue ben 328 milioni di chili di riso nel biennio 2017 e 2018, con un aumento del 256 per cento negli ultimi sette anni. «Si tratta di un deciso cambio di rotta nelle politiche europee rispetto agli accordi commerciali preferenziali stipulati con Paesi che spesso non rispettano le condizioni produttive ed i diritti dei lavoratori vigenti all’interno dell’Unione, con gravi danni per i produttori e rischi per i consumatori - recita un comunicato della Coldiretti -. Con la pubblicazione del regolamento in Gazzetta ufficiale, per gli operatori commerciali che importano nell’Ue il riso lavorato e semilavorato proveniente dai due Paesi asiatici, è previsto il pagamento di un dazio per un periodo di almeno tre anni». Possono dunque esultare anche i risicoltori di Grumolo delle Abbadesse, paese famoso per la produzione del riso, in particolar modo delle qualità Vialone e Carnaroli. «Il riso italiano è un’eccellenza da salvaguardare - spiega Paolo Pavan, titolare della Riseria delle Abbadesse -. In questi ultimi anni i prezzi del Vialone e del Carnaroli sono piombati a 38 euro al quintale, quando tre o quattro anni fa erano a 80 euro. Ora si sono leggermente alzati a 48 euro, che restano però ancora pochi. Ben venga dunque il ritorno dei dazi». L’ottimismo per il futuro, sembra comunque non mancare. «Grumolo sta vivendo una specie di seconda giovinezza - continua Pavan -. Negli ultimi tempi sono nate nuove aziende agricole che hanno iniziato a coltivare riso. Ci sono stati dei cambi generazionali in alcune realtà, altri produttori invece sono proprio partiti da zero e oggi il comprensorio di Grumolo è composto da 12 aziende agricole che seminano riso». La parola d’ordine per sopravvivere in un mercato sempre più internazionale, resta sempre la stessa: “qualità”. «Il riso di Grumolo è un prodotto di nicchia e per restare competitivi è necessario garantire trasparenza e qualità - spiega Costantino Barban, risicoltore dal 1977 e presidente dell'associazione Risicoltori di Grumolo Presidio Slow Food -. In Italia abbiamo tanti controlli e lo stesso non si può dire per l’estero. Il riso, ad esempio, non deve essere troppo bianco. Deve essere un po’ grezzo, con qualche piccolo difetto. In caso contrario, vuol dire che ci mettono qualcosa di non naturale per farlo sembrare perfetto. I dazi? Vanno benissimo, perché per fare guadagno non si può scendere sotto un certo prezzo al quintale». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Marco Marini
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