Tragedia nell'impresa di Vielmo

LA SPEDIZIONE. La felicità dello scalatore vicentino per aver raggiunto la vetta del Kangchenjunga è stata offuscata dal dolore per la scomparsa dei collaboratori. La morte di tre sherpa funesta la giornata della conquista del suo nono “ottomila”. «Ho visto Bibach precipitare»
22/05/2013
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Tragedia nell'impresa di Vielmo

VICENZA. Una gioia triste per una impresa straordinaria. Mario Vielmo da Lonigo ce l'ha fatta, va detto subito. Il più grande himalaysta vicentino di tutti i tempi, la guida alpina perennemente alla ricerca di quello che lui definisce il "momento perfetto", che si prova solo respirando l'aria sottile ai confini tra la terra e il cielo, l'altro ieri è riuscito a piantare i ramponi sulla cima del Kangchenjunga, 8.586 metri, la terza più alta e impegnativa montagna del mondo, dopo l'Everest e il K2. Il suo nono Ottomila. Una performance strepitosa, compiuta tra l'altro senza uso di ossigeno supplementare.  Ma l'Himalaya sovente impone la sua legge spietata, concede e prende nello stesso tempo. Così la giornata della vetta è stata purtroppo funestata dalla morte di tre sherpa, tra i quali Bibach che era aggregato proprio alla spedizione vicentina. Stando alle prime informazioni fornite dallo stesso Vielmo con un filo di voce ieri mattina al satellitare durante la discesa verso il campo 3, l'incidente è successo al rientro dopo la vetta. Prima di un un tratto roccioso lo sherpa si è tolto, inspiegabilmente, i ramponi. Mario Vielmo, che era dietro di lui, ha urlato cercando di dissuaderlo, poi lo ha visto improvvisamente perdere l'equilibrio sulla superficie ghiacciata e sparire nel precipizio, compiendo un salto di oltre 500 metri. «Non capisco perché lo abbia fatto, forse la stanchezza gli ha tolto lucidità. Io comunque ero troppo distante, dietro a lui. Una volta a campo 4, dove ho trascorso la notte, ho cercato di organizzare, anche con gli sherpa delle altre spedizioni, una squadra per andare a recuperare il corpo del povero Bibach, ma è stato inutile: erano tutti troppo stanchi», il mesto racconto del vicentino.  Una tragedia che gli ha tolto il sorriso, nonostante sia arrivato, primo vicentino in assoluto, uno dei pochi italiani ad averlo fatto, sulla cima di una montagna fra le più faticose, complicate, rischiose e meno frequentate di tutto l'arco himalayano.  Eppure l'ha cercata. L'ha voluta. Fortissimamente. Per interrompere un digiuno che durava da ormai 5 anni. Forse anche per rimettersi in gioco e ritrovare la parte vincente di se stesso, sempre ammesso che andare in altissima montagna possa considerarsi un agone in cui, necessariamente, si vinca o si perda. Magari fosse soltanto così.
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Claudio Tessarolo

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