Il sì al Dal Molin compie 5 anni
ma delle garanzie rimane il ricordo

DAL MOLIN. Il 26 ottobre 2006 il consiglio comunale dava l'ok alla base
26/10/2011
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L’esito del voto sugli schermi di sala Bernarda: 21 sì, 17 no, 2 astenuti

Vicenza. Palazzo Trissino blindato, trecento agenti schierati in piazza dei Signori, centinaia di manifestanti, tre cortei, otto ore di dibattito, quaranta testate giornalistiche accreditate, collegamenti in diretta tv con radio e telegiornali nazionali, persino interviste live trasmesse dal camper della Bbc (yes sir, proprio la Bbc di sua maestà). Tutto per un ordine del giorno, il più blando dei provvedimenti, una raccomandazione più che un ordine. Con 21 voti favorevoli, 17 contrari e 2 astenuti il consiglio comunale votò il suo sì con tanti se e ma alla Ederle 2.
Era il 26 ottobre 2006: sono passati solo cinque anni, sembra passato un secolo. Era l'anno dei mondiali, quelli di Germania: avevamo tutti negli occhi la coppa nel cielo di Berlino alzata da Fabio Cannavaro, che di lì a poche settimane avrebbe alzato anche il Pallone d'oro. A Roma governava da sei mesi Romano Prodi. L'inquilino della Casa bianca era George W. Bush, che compiva la sua missione in Iraq con l'impiccagione di Saddam Hussein, ma cedeva il passo al Congresso, aprendo la strada che avrebbe incoronato Barack Obama. Numero uno di palazzo Trissino era Enrico Hüllweck, sostenuto da una coalizione composta da Forza Italia, Alleanza nazionale, Lega nord e Udc. Il Pdl era ancora nei pensieri di Berlusconi, Achille Variati era un consigliere regionale della Margherita. Il consiglio dei record andò in scena in una città spaccata tra Sì e No, inaugurando la stagione dei super cortei e spianando la strada al sofferto nulla osta concesso tre mesi dopo da Prodi. Quel consiglio fu un'ordalia, per dirla con Gigi Poletto, oggi presidente dei consiglieri, allora capogruppo dei Ds. Per evitare che il rumore di clacson, pentole, racole e triccheballacche miscelato nella bombonera di piazza dei Signori oscurasse gli interventi dei 41 eletti, venne persino arruolato un fonometro, che ebbe un unico autentico sussulto all'accensione del microfono di Emilio Franzina, consigliere di Rifondazione comunista catapultato direttamente in aula dopo un viaggio di 15 mila chilometri da Belo Horizonte, Brasile.
Poiché «Vicenza non è una meretrice» che va a letto con il primo che sventola un mazzo di profumati dollaroni, come ebbe a dire Hüllweck, dopo settimane di anda e rianda sull'asse Vicenza-Roma, venne al fine posto ai voti un ordine del giorno con la premessa che era solo un parere, privo di valore legale, perché la politica estera non è competenza di un consiglio comunale. Non fu uno yes punto e a capo, ma condizionato, strappato sul filo dei 21 voti, il minimo indispensabile per non finire sotto la linea di galleggiamento del numero legale. La maggioranza di centrodestra si accordò per dettare alcune condizioni. Gran parte di quel documento è rimasto lettera morta o è stato superato dagli eventi. Basti dire che all'epoca si credeva che la caserma sarebbe stata costruita su via Sant'Antonino, salvo poi piroettare appena un anno dopo sul west side. Una scelta che sbriciolò una delle garanzie pretese: la salvaguardia dell'aeroporto civile. La pista è stata demolita tre anni e lo stesso consiglio, ma con tutt'altra maggioranza, si è fatto poi carico di recitare il requiem dell'aviazione berica, strappando in compenso la concessione del futuro parco della pace.
No ai voli militari, era il primo comandamento, l'unico osservato dalla prima all'ultima lettera. La pattuglia hüllweckiana sollecitava infrastrutture, soprattutto viabilistiche, per ridurre l'impatto della base: cinque anni dopo, la caserma è alle battute finali, della tangenziale nordest non c'è nemmeno il progetto preliminare. Almeno non si sono contate ricadute sulle casse comunali, anche se gli allacciamenti alle reti di acqua, luce e gas faranno infuriare più di un automobilista. E pazienza se il nuovo campo per il rugby a Sant'Agostino è stato finanziato con fondi regionali, non certo con assegni staccati dal Pentagono. Chiedeva infine, il consiglio, la valorizzazione delle professionalità locali. Ebbene, se la partita delle assunzioni è ancora nella penombra delle incognite, è già nei libri di storia l'appalto assegnato alle coop rosse emiliane: a veneti e vicentini l'invito però a sedersi al tavolo dei subappalti, dove si sono dispensate non soltanto briciole.Â

Gian Marco Mancassola

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