Un pasticcio per non abolirle
Per quanto ogni sforzo del Governo di contenere la spesa pubblica sia da guardare con favore, è difficile non vedere nella soluzione trovata per le Province un gran pasticcio. Il fatto che Vicenza si sia “salvata”, non ci esenta dall'avanzare molti dubbi su questa operazione. La nuova struttura amministrativa disegnata dal governo appare in realtà viziata da una concezione dello Stato che non lascia spazio alcuno alle specificità geografiche dei contesti e alle responsabilità politiche del territorio. In poco tempo le Regioni dovrebbero infatti definire le aggregazioni tra Province sulla base di criteri standard (almeno 350.000 abitanti e 2.500 kmq), la cui logica lascia alquanto perplessi. È innanzitutto da chiedersi per quale motivo fosse necessario ridefinire i confini geografici di un Ente che, sull'onda di un consenso pressoché generale, doveva sparire. La giustificazione che tale riforma richiedeva un passaggio costituzionale non regge. Paradossalmente, l'operazione del Governo rischia di ridare vigore politico al livello provinciale, contrapponendo alle Regioni degli Enti di programmazione più estesi e, per alcuni aspetti, più forti di prima. Dobbiamo tuttavia riconoscere che a tale esito ha contribuito un errore di fondo della discussione politica. Nell'idea di “abolire” le Province si sono in realtà confusi piani di azione che dovevano restare distinti: da un lato il sistema politico-elettorale e i relativi apparati (come Consiglio e Giunta provinciale, i cui costi diretti e indiretti era giusto eliminare!), dall'altro un territorio con una propria identità economica, sociale e istituzionale (e questa non si cancella, né si modifica, per decreto!). Infatti, non solo i partiti, ma sindacati e associazioni imprenditoriali hanno nel livello provinciale la principale base organizzativa e di rappresentanza, che viene poi riconosciuta anche nel governo della Camera di Commercio. Ma ciò vale anche nel funzionamento operativo della giustizia, dell'ordine pubblico, della protezione civile, del registro degli autoveicoli. Si pensi inoltre all'informazione locale, che trova proprio nei territori provinciali un'articolazione oramai consolidata (come il Giornale di Vicenza!). Il problema, dunque, non doveva essere abolire le Province, né ridefinire in modo astratto i suoi confini, quanto semmai de-politicizzare l'organizzazione istituzionale del territorio, semplificando i processi decisionali e rendendo più efficace l'amministrazione locale. Una Provincia meno connotata politicamente, ma più attrezzata dal punto di vista tecnico, potrebbe funzionare come utile raccordo fra Comuni per la gestione associata dei servizi (ad es. per i rifiuti), e come tramite di politiche regionali per il governo di alcune funzioni metropolitane (come nel caso dei trasporti). Per raggiungere questo risultato sarebbe stato molto più efficace consegnare a Regioni e Comuni la responsabilità di decidere come usare le risorse economiche e istituzionali a disposizione. In altri termini, il Governo decida qual è l'entità del trasferimento per le Province (fino a ieri in Veneto circa un miliardo di euro) e si lasci ai territori scegliere in modo trasparente come impiegare queste risorse. I cittadini valuteranno se appoggiare le forze politiche che vogliono aggiungere a Comuni e Regioni un altro livello elettivo, oppure quelle che propongono di impiegare in altro modo le risorse: ad esempio, per investimenti nell'istruzione, nei trasporti, nell'ambiente. Gli sforzi che il governo sta facendo per risanare il Paese non vanno bloccati. Ma affinché il risanamento sia convincente e duraturo, bisogna incentivare, non scoraggiare, la responsabilità dei cittadini e delle forze locali. Dalla crisi non si esce solo tagliando, ma investendo in istituzioni migliori.COPYRIGH
Giancarlo Corò














