Le banche? Meglio se "glocal"
DALLA PRIMA PAGINA. Questa regione ha bisogno di tutti gli istituti di credito. Piccoli e grandi sono complementariPopolari e Bcc in espansione Ma c'è bisogno anche dei "big"
Non certo ai soci, fra cui le Fondazioni, interessati alla solidità finanziaria e allo sviluppo della banca. Nemmeno alle imprese e ai risparmiatori che a questa banca si rivolgono come clienti. Inoltre, la rinuncia ad attirare capitali dall'estero non conviene neanche ai lavoratori né, più in generale, al sistema-paese.
In realtà, la protesta di Tosi sembra ignorare quanto sta da anni succedendo nel mercato del credito. A seguito del processo di integrazione economica e monetaria, il sistema bancario europeo ha vissuto una fase di profonde trasformazioni che hanno coinvolto, seppure in misura diversa, tutti i Paesi. Acquisizioni, fusioni, modifiche societarie hanno cambiato, in taluni casi anche radicalmente, l'assetto di molti gruppi bancari. A spingere in questa direzione è stato anche lo sviluppo delle nuove tecnologie, la domanda di prodotti finanziari sempre più complessi, l'aumento della pressione competitiva sui mercati internazionali. Il processo sembrava inarrestabile. Tuttavia, era sufficiente leggere con un po' di attenzione i dati sul mercato del credito per capire come, anche prima della crisi, i fenomeni di concentrazione bancaria non fossero affatto a senso unico. Il caso del Veneto è in questo senso emblematico. Infatti, in questa regione la principale tipologia di banca continua ad essere quella del Credito cooperativo, con ben 780 sportelli, seguita da vicino dalle tre principali banche popolari (Verona, Vicenza e Veneto Banca, con insieme 755 sportelli). Solo dopo arrivano i due maggiori gruppi creditizi nazionali: Intesa San Paolo, oggi "Cassa di Risparmio del Veneto" (736 sportelli) e Unicredit (677). Nel periodo 2004-2009 questo processo si è andato consolidando. Infatti, il numero degli sportelli delle banche maggiori è diminuito in Veneto di 300 unità. Ma nello stesso periodo le banche medie e minori hanno invece aumentato la loro rete creditizia di circa 600 sportelli. Questi risultati vengono confermati anche analizzando i valori di depositi e impieghi: la quota di mercato delle banche di piccola dimensione è infatti passata dal 20% del 2000 al 35% di oggi.
Come spiegare tale processo? Oltre una certa soglia, la crescita dimensionale porta non solo a maggiori economie di scala, ma anche a complessità organizzative e opacità patrimoniali che incidono su un fattore tanto sfuggente quanto decisivo nel rapporto fra banche e clienti, che è la fiducia. Quando, in particolare, una banca valuta un investimento produttivo, non può solo adottare procedure standard sul merito di credito, ma deve anche avere conoscenze specifiche sulla coerenza delle strategie di sviluppo delle imprese e, in taluni casi, sulle "carriere morali" degli imprenditori. Tali informazioni, come ha sottolineato il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi in un suo recente intervento al Cuoa, richiedono una vicinanza delle banche al territorio che, in molti casi, i processi di concentrazione avevano sottovalutato.
In questo quadro sembra allora emergere una contrapposizione fra due diversi processi: da un lato una strategia di razionalizzazione e consolidamento messa in atto dai maggiori gruppi bancari, dall'altro la scelta di sviluppo e radicamento territoriale da parte delle banche medie e minori. Viene naturale chiedersi quale dei due processi sia preferibile per lo sviluppo dell'economia. In realtà, più che mettere queste strategie fra loro in "alternativa" è molto più utile vederle come "complementari". Se, infatti, le banche di territorio possono soddisfare meglio la domanda di credito delle pmi, ai grandi gruppi bancari ci si rivolge per esigenze più complesse. In definitiva, la varietà di offerta bancaria è un fattore di forza del territorio. Non sacrifichiamola sull'altare di una battaglia politica locale.
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