Tagli alla spesa, sì del Senato «Resa dei conti a settembre»
SPENDING REVIEW. Il decreto ottiene la fiducia con 217 voti favorevoli. Monti assicura: «Non è una nuova manovra»Ora il passaggio alla Camera Affondo del commissario Bondi: «Possibilità di seri risparmi» Scontro sul farmaco equivalente
ROMA Il decreto sulla spending review passa l'esame del Senato, dove il governo ottiene la fiducia con 217 voti favorevoli. Nonostante gli interventi a colpi di emendamento da parte dei senatori il provvedimento ha retto nell'impianto ed entro una settimana dovrebbe essere convertito definitivamente in legge dalla Camera. Ma esso dovrà essere implementato e a settembre, ha annunciato il commissario Enrico Bondi, ci sarà il «redde rationem» per i tagli alle spese degli Enti territoriali. Il governo si avvia a chiudere entro l'estate i suoi due decreti principali, vale a dire la spending review e il decreto sviluppo. Il secondo approderà giovedì nell'aula del Senato, che ha ieri licenziato il provvedimento sulla revisione della spesa. Questo per certi versi è rivoluzionario perchè cerca di restringere la sfera della spesa pubblica, pur lasciando tendenzialmente invariati i servizi pubblici. In tal senso, ha sottolineato il premier Mario Monti, «il decreto non è una nuova manovra». I tagli hanno comunque colpito diversi soggetti (dal pubblico impiego agli Enti locali, dalle Asl alle società pubbliche) e i senatori si sono fatti interpreti delle varie lobbies evitando qualche taglio, compensato con aumenti di tasse, tariffe e sanzioni. Si va dalle maggiori tasse universitarie per i fuori corso all'aumento dell'Irpef per le otto regioni con un piano di rientro dal debito sanitario, che secondo la Uil costerà in media 138 euro a testa (e in alcuni casi arrivano a 204 euro). Tutte misure che contraddicono la filosofia delle decreto che è, appunto, quello di ridurre la spesa. Il governo, e in particolare il ministro Filippo Patroni Griffi, ha tenuto duro sulle province che, infatti, entro dicembre saranno riordinate e dimezzate, con il coinvolgimento di Regioni e amministratori locali. «Alla fine di questo processo», ha detto Patroni Griffi, «il Paese sarà migliore». LE REAZIONI. Un giudizio positivo arriva da Confindustria, che ha sottolineato che solo grazie a questo metodo si potrà arrivare a una «riduzione strutturale del carico fiscale». Il segretario della Cgil, Susanna Camusso, ha invece confermato lo sciopero del pubblico impiego per il 28 settembre. Se il Pdl (pur con una decina di dissensi interni che hanno portato a non votare la fiducia) difende il decreto, prosegue lo scetticismo da parte del Pd secondo il quale la spending review pur votata «non risolve il tema dei lavoratori rimasti senza occupazione e senza pensione a causa della riforma Fornero». A sottolinearlo è il capogruppo nella commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano che ricorda come il presidente del Consiglio, Mario Monti, in occasione del voto di fiducia sulla riforma del mercato del lavoro alla Camera, avesse promesso una soluzione del problema. «La nostra battaglia proseguirà fino a quando il capitolo esodati non troverà una sua definizione conclusiva». Contrario invece il voto della Lega e dell'Idv. Alla ripresa autunnale, in vista anche della legge di stabilità, ci sarà quello che il commissario alla spending review ha definito «il redde rationem» per gli Enti territoriali. Il suo staff definirà i costi standard per gli acquisti di beni e servizi, unico metodo per evitare i tagli lineari. E ha quel punto, ha spiegato in una audizione in Parlamento, chi spende sopra questi standard «ha da pagare». Bondi però punta al dialogo con Regioni, Province e comuni, con cui ha avuto finora «una interlocuzione positiva». «Le Regioni, forse perchè pressate dalle circostanze», ha detto, « sembrano determinate a fare il loro dovere. Il controllo della spesa crea comportamenti virtuosi». Il commissario ha poi sottolineato un altro elemento: «Io non faccio il mio lavoro per abbassare gli standard dei servizi, ma per farli costare di meno, non conosco ancora tutta la macchina ma dico che è possibile risparmiare». IL NODO SUI FARMACI. Tra le principali novità introdotte a palazzo Madama rispetto al testo licenziato dal Consiglio dei ministri, tasse più alte per i fuori corso universitari, nessun aumento delle rette, fino al 2016, per gli studenti in regola con gli esami e che hanno un reddito fino a 40mila euro, addizionale Irpef più cara dal 2013 per otto regioni mentre rispetto al testo approvato dalla commissione Bilancio resta l'obbligo per il medico di indicare il principio attivo nella ricetta, ma lo stesso avrà anche «la facoltà» di indicare il nome del farmaco, motivando la scelta. Su questo aspetto è intervenuto il ministro della Salute, Renato Balduzzi, che ha risposto agli allarmi di Farmindustria: «Il farmaco equivalente è una battaglia che gioverà ai cittadini e allo Stato e non viene meno la responsabilità del medico».



















