Napolitano: non c'era scelta Di Pietro: impeachment

REGIONALI. Il Capo dello Stato spiega le ragioni della firma del decreto «salvaliste», ma il leader dell'Idv insorge
07/03/2010
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Napolitano: non c’era scelta Di Pietro: impeachment

ROMA
Pd e Idv uniti contro il decreto salva-liste, ritenuto incostituzionale, ma divisi sulla firma apposta dal Capo dello Stato contro il quale, secondo Antonio Di Pietro, potrebbe essere promosso l'«impeachment». Su un punto l'opposizione è unita: deve essere mobilitata la piazza contro il decreto «della vergogna». Per sabato prossimo è già fissata una manifestazione nazionale a Roma.
Ma i toni usati dai vari partiti sono diversi. Pier Luigi Bersani attacca solo il governo, ritenuto unico responsabile di quanto accaduto. Ed invita ad una «mobilitazione anche nelle sedi giurisdizionali, fino alla Corte Costituzionale. Di Pietro, invece, va oltre: «Serve una chiamata alle armi», una «insurrezione democratica di piazza», per sventare «un golpe» ideato da Berlusconi con l'aiuto di Giorgio Napolitano per il quale va valutata l'ipotesi di impeachment perché non si è attenuto alla sua funzione di arbitro, anzi comportandosi «da Ponzio Pilato, lavandosene le mani». E poi, Di Pietro dice di averlo appreso dai giornali, «il Colle avrebbe partecipato attivamente alla stesura del testo» del decreto. «Se così fosse sarebbe correo perché invece di fare l'arbitro avrebbe collaborato per cambiare le regole del gioco mentre la partita è aperta» e «favorire solo uno dei giocatori». E chiede un dibattito in Aula.
Sia per Bersani che per Di Pietro il decreto salva-liste non è altro che «un trucco vergognoso» ideato dal centrodestra per falsare l'esito delle elezioni. Dallo Stato di diritto, interviene Emma Bonino, siamo passati allo Stato contro il diritto. La candidata del Pd ipotizza un sospetto: il centrodestra potrebbe non convertire in legge il decreto in caso di sconfitta per far annullare le elezioni. Il Pd esclude comunque che per protesta Emma Bonino possa ritirare la sua candidatura. Il Pd, compatto, ed anche l'Udc, difendono il Capo dello Stato. Di Pietro «parla a vanvera», afferma Luciano Violante. Per Walter Veltroni «è una follia attaccare Napolitano» che, secondo Piero Fassino, «è una vittima come i cittadini italiani».
Napolitano si è difeso sul sito del Quirinale. Il decreto era l'unica soluzione politica, perché non era possibile lasciare fuori dalle elezioni la più grande regione italiana e i rappresentanti del maggiore partito italiano. In sostanza, era in gioco la democrazia. «Il problema da risolvere» ha chiarito, «era quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Erano in gioco due interessi o beni entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi».
La «soluzione politica» di cui si era parlato negli ultimi giorni, ha aggiunto il presidente, «era difficile da farsi in casi particolarmente delicati come questo, e ancor più in clima elettorale, per le tendenze all'autosufficienza e alle scelte unilaterali da una parte, e per le diffidenze di fondo e l'indisponibilità dall'altra parte». In ogni caso, «i tempi erano talmente ristretti che la soluzione non poteva che essere un decreto legge» e questo «non ha presentato evidenti vizi di incostituzionalità». La vicenda, comunque, «è stata molto spinosa, fonte di gravi contrasti e divisioni». Ma il capo di Stato ha rivendicato la sua linea di condotta «indipendente e imparziale» e il «rigoroso esercizio» delle prerogative che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica.