Scienza e società, da avversari a complici

MASSIMIANO BUCCHI
23/06/2010
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Il sociologo vicentino Massimiano Bucchi

Come affronta Paris Hilton il problema dello smog nelle grandi città? Si fa modificare il naso per respirare meglio. A parte l'eccentricità del personaggio, l'aneddoto - peraltro vero - è l'esempio perfetto di un atteggiamento, che si sta diffondendo sempre più, individualistico e pragmatico nei confronti delle scienza. È l'atteggiamento di chi diffida, in generale, della scienza e degli scienziati, percepiti come lontani dalla propria realtà quotidiana; eppure se ne serve, quando occorre, per risolvere un proprio problema personale e concreto, infischiandosene dei risvolti globali. Se l'aria è inquinata, altro che spingere per l'utilizzo di energie alternative: facciamoci modificare il naso dal chirurgo, no? Ne parla nel suo ultimo libro Scientisti e antiscientisti. Perché scienza e società non si capiscono (Il Mulino), il sociologo Massimiano Bucchi, docente di Scienza, tecnologia e società all'Università di Trento, uno dei responsabili dell'associazione vicentina Observa .

Di cosa parla il libro?
Parla di un'illusione di cui tutti, me compreso, siamo vittime: l'idea che scienza e società si confrontino come avversarie, come due entità distinte e impermeabili l'una all'altra. Ciò che una propone, viene sistematicamente rifiutato dall'altra, e viceversa. In realtà c'è una crescente compenetrazione, anche se non ce ne rendiamo conto.

Dove si può vedere questa compenetrazione?
Ad esempio in quella che definisco scienza-spettacolo, che si vede nella pubblicità: in molti spot appaiono camici, laboratori, provette, che dovrebbero garantire la bontà del prodotto. È un uso strumentale della scienza. In molte pubblicazioni poi, specie nei free press, ci sono quotidianamente notizie del tipo: trovato il gene che spiega la propensione al ballo liscio. La società si serve dell'autorevolezza della scienza, e la scienza si presta a questo gioco. Ma ci sono anche casi più seri.

Quali sono?
Il dibattito sulla liceità dell'utilizzo delle cellule staminali embrionali, per citarne uno, ha prodotto la richiesta dei politici agli scienziati di un embrione a cui fosse tolta la capacità di svilupparsi. Mentre un tempo era la scienza a proporre e la società a valutare, ora la società commissiona alla scienza un prodotto con determinate caratteristiche. E si arriva all'approccio individualistico e strumentale ai prodotti della tecnoscienza.

Come il naso di Paris Hilton?
Si va anche oltre: ci sono società americane che vendono in internet il kit per fare il test del Dna. Avvertono che non c'è il pieno consenso della comunità scientifica sulla validità di questi test, ma li offrono comunque ai consumatori. Cade un'altra illusione del rapporto tra scienza e società, quella secondo cui attraverso un processo di discussione si possa arrivare a una soluzione condivisa. In realtà non è scontato che gli stessi oggetti tecnoscientifici siano dati per tutti e una volta per tutte.

Che cosa contribuisce a perpetuare l'illusione della contrapposizione tra scienza e società?
È un schema ormai sedimentato. L'opinione pubblica continua ad avere dello scienziato un'idea piuttosto astratta. Esiste quella contiguità quotidiana di cui dicevo prima, ma non è fondata su una effettiva assimilazione della scienza su basi culturali. La scienza è considerata il mezzo per soddisfare i bisogni più disparati. Una conferma arriva dalle indagini di Observa per l'Annuario Scienza e società.

Cosa dicono?
L'atteggiamento più diffuso è quello pragmatico-opportunistico, del tipo: se ci sono risultati che possono far comodo, perché non utilizzarli? Qui la scienza è utilizzata anche per liberarsi dalla responsabilità.

È un atteggiamento diffuso anche nella nostra realtà?
Nel Nordest c'è un po' di fiducia negli scienziati, ma anche più pragmatismo. I risvolti della ricerca scientifica per la morale o la religione interessano meno, preoccupano di più le conseguenze concrete, anche in virtù di una certa sensibilità ambientale.

Gianmaria Pitton




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