Il mio sonetto per Vicenza
EDOARDO SANGUINETI
Il sesto incontro di "Dire poesia" ha portato a Vicenza uno dei nomi più noti della poesia contemporanea, Edoardo Sanguineti. Il poeta genovese ha ipnotizzato il numerosissimo pubblico accorso a palazzo Leoni Montanari leggendo, con una voce volutamente monocorde e antiretorica, due sue composizioni, Postkarten, che comprende poesie fatte di immagini di viaggio e di tic linguistici, e Alfabeto apocalittico, estrosa serie di 21 ottave, una per ogni lettera dell'alfabeto italiano. Ad accompagnarlo c'era Stefano Scodanibbio, che con il suo prodigioso contrabbasso ha creato un suggestivo doppio musicale, su cui si sono innestati i versi di Sanguineti. Alla fine dell'incontro abbiamo rivolto alcune domande al poeta, partendo dal suo dirompente esordio poetico.
Quale importanza hanno avuto secondo lei la Neoavanguardia e il Gruppo 63?
Credo che sia stato un fenomeno importante, non tanto in quanto gruppo di per sé, ma soprattutto perché sciolse una specie di tabù. La cosa si può anticipare a prima del '63 perché nel '61 esce l'antologia dei Novissimi. Quasi tutti eravamo poeti, in tutto cinque, che avevano già pubblicato, però la raccolta dei nostri testi insieme diventò una sorta di manifesto e produsse un effetto molto forte. Il gruppo ebbe il merito di incitare ad una nuova figura di intellettuale che non era più il puro letterato della tradizione ermetica. La rottura del tabù fece sì che di colpo si pensò ad un nuovo tipo di intellettuale, al passo con la linguistica, lo strutturalismo, la psicoanalisi, la sociologia e via dicendo. La Neoavanguardia insomma svecchiò la poesia italiana. Questa fu l'influenza più forte, che si spense con il '68. La politica ruppe il gruppo.
Quale eredità è rimasta oggi di quell'esperienza?
È rimasta senza più confessarla. Quella che era la forza di contestazione, il voler essere diversi dalla vecchia figura di intellettuale, non c'è più. Verso la fine degli anni Settanta, non solo in Italia, la poesia è diventata una questione di successo. Si vuole vendere. Il tentativo di mercificarsi era esattamente l'opposto di quello che le avanguardie storiche e il Gruppo 63 avevano praticato. Molto è rimasto dell'effetto di rottura che abbiamo introdotto però tutta la forza contestativa si è spenta.
Nelle sue poesie si nota una grandissima attenzione per la corporalità. Per quale ragione?
Ci sono molte ragioni. Prima di tutto io sono un materialista storico. Noi siamo corpi. La storia di un individuo è prima di tutto la storia di un corpo. Poi ci sono certamente ragioni più soggettive cioè un forte interesse per la tematica del corpo, da un lato come corpo del piacere, come luogo di estasi, che comporta tutta la sfera dell'erotico e del desiderio, e dall'altro lato come luogo di sofferenza, di patimento e infine di dissolvimento e di morte.
Lei ha affermato che la sua ricerca si basa sull'arte di saper bene come scrivere male. Che cosa voleva dire con questo paradosso?
C'è un mio verso che dice: "Oggi il mio stile è non avere stile". Da un lato significa che non voglio chiudermi in una maniera di scrittura. Quindi in ogni mio libro cerco di affrontare problemi nuovi. Dall'altro lato intendo il non avere stile nel senso corrente della parola. Essere un uomo che ha uno stile vuol dire avere garbo e basta. Rifiutare uno stile, in questo senso, significa rinunciare a quella sorta di educazione cortese che spesso nasconde un'insincerità, una falsa gentilezza. Sapere bene come scrivere male, che agli occhi della gente può apparire come una mancanza di stile, di eleganza, è un modo di cercare di dire la verità.
I suoi versi nel corso degli anni si sono aperti sempre più alla quotidianità. In una sua poesia-ricetta si legge: "Per preparare una poesia, si prende un piccolo fatto vero (possibilmente fresco di giornata)"… Come mai è nato in lei questo bisogno?
La poesia che lei cita è molto ironica, si presenta come una ricetta di cucina. Questa poetica del piccolo fatto vero, della ricerca della quotidianità è diventata dominante in una lunga fase della mia scrittura anche se come al solito ho cercato di non chiudermi in uno stile. Passare da una poesia relativamente più astratta ad un eccesso di precisione, ad una poesia cioè iperconcreta mi tentava molto.
Nel nostro mondo mercificato, cosa dovrebbe fare la poesia?
Io credo che il problema sia, e in questo sono un materialista storico, riuscire ad essere realisti. Cosa vuol dire essere realisti? È questo il problema. Evidentemente ciascuno di noi ha un'opinione della realtà e di che cosa la rappresenti autenticamente. Gramsci diceva una cosa molto importante: Nella cultura non è importante avere nuove idee, chiunque è capace di sognare mondi belli e rosei. Bisogna invece cercare di indicare le linee di sviluppo, che sono continue, bisogna quindi aggiornare continuamente il modo di percepire la realtà. Da questo punto di vista, è poco importante la posizione politica finale che può assumere un autore. Quello che è importante è che da un lato vi sia una pulsione anarchica, originaria, di rivolta e di protesta, e dall'altro lato la capacità di dire: Questa è la realtà. La poesia può servire a far prendere coscienza di come stanno le cose.
Le sue poesie hanno sempre un carattere fortemente giocoso. Questo appare evidente anche nel sonetto inedito che lei ha scritto per Vicenza…
La mia poesia ha ripreso sempre di più delle forme di gioco verbale, ma non gratuito, ed è andata alla ricerca della contrainte, della costrizione. Scrivere un sonetto, ad esempio, vuol dire accettare certe regole. Se la regola viene accettata esasperando le complicazioni, vuol dire che non si sta cercando tanto il puro gioco quanto di sperimentare nuove forme di linguaggio. Il sonetto che ho scritto per Vicenza è forse, allo stato attuale, il sonetto più acrobatico che ho composto per le complicazioni con cui è costruito e le allusioni che vi sono presenti. C'è una frase famosa di Hölderlin che dice: La poesia è il gioco più serio che ci sia. Credo che questo elemento apparentemente giocoso, possa diventare uno strumento molto serio. Modificare una parola, un verso, complicarlo, non è un gioco arbitrario ma serissimo, perché attira l'attenzione sul peso che ha il linguaggio.
Lei si è definito un ottimista catastrofico. Cosa intende dire esattamente con questa definizione?
Il mio ottimismo è legato a quello che diceva Gramsci: L'ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Proprio perché sono un pessimista catastrofico e considero che la catastrofe sia già avvenuta - si tratta solo di prenderne coscienza - bisogna cercare di moltiplicare l'ottimismo della volontà. È necessario che rinasca una coscienza critica di classe della massa enorme di proletari e sottoproletari di fronte alle élite di potere.
Sanguineti quindi è ancora un poeta rivoluzionario…
Sì, è una parola che mi piace molto. Non di riforme abbiamo bisogno, ma di rivoluzione nel senso marxiano della parola.
Fabio Giaretta
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