Caro Virgilio ti scrivo...
A CINQUE ANNI DALLA SCOMPARSA DI VIRGILIO SCAPIN
Caro Virgilio,
dopo un lustro che te ne sei andato, e proprio non saprei dire dove, mi diverto ancora a immaginare come sarebbe stato il tuo nuovo romanzo. Me ne avevi parlato una sera d'estate, diciamo appena svoltata la boa del Duemila, mentre c'inerpicavamo verso Recoaro Terme, attesi da una conversazione su di te e la tua opera. Dal 1995, l'anno magico del Premio Campiello, ero diventato il tuo autista (il tuo "automedonte", come pomposamente mi definivi) e, già che c'ero, il tuo intervistatore in pubblico. Mi piaceva che per quelle apparizioni a beneficio di lettori e - soprattutto - lettrici, tu non chiedessi mai una lira, per quanto distante andassimo. Il rimborso spese era costituito da una cena e da qualche specialità enogastronomica locale che gli organizzatori, generalmente bravi bibliotecari o librai tuoi colleghi, ti donavano con comprensibile orgoglio. Quando ti depositavo sotto casa, in viale Verdi, come due ladri gentiluomini ci spartivamo il bottino notturno, augurando salute a tutti.
Orbene, quella volta me l'avevi raccontato, per sommi capi, il romanzo che ti frullava in testa. La storia di un'ostessa che teneva trattoria fra Malo e Schio, una signora ancora piacente e curata della quale t'intrigavano non soltanto la bellezza in grado di sfidare l'età, non soltanto l'abilità in cucina e l'affabilità in sala con i clienti, ma anche la forza di una femminilità capace di tirar su famiglia e ambiente, figli e personale, una sorta di Mirandolina goldoniana nostra contemporanea, in cui il fascino andava di pari passo con l'intelligenza, e la civetteria con la capacità di lavoro.
Ne sono certo: sarebbe stata una degna erede della Maria, formidabile donna che campeggia al centro del Bastone a calice. Uno di quei personaggi che hanno contribuito a rendere grande la letteratura veneta del Novecento, al pari del Firmino e della Pina, i ruzantiani protagonisti dei Magnasoéte, o dei tremendi monsignori Scotton attorno ai quali ruota La giostra degli arcangeli, del casolìno Scanagatta alle prese col suo Supermarket provinciale, di te stesso in veste di Chierico provvisorio, dell'Edoardo che marcia indomito al ritmo di Una maschia gioventù.
Alcune di quelle figure, i particolari delle vicende che li avevano consegnati alla tua narrativa meravigliosamente orchestrata, puntigliosamente scritta e riscritta, le avevo viste nascere attraverso le documentazioni storiche che raccoglievi, i dubbi formali che ti attanagliavano, l'umiltà di una applicazione al mestiere affabulatorio dove nulla veniva lasciato al caso; ed erano più le pagine appallottolate e gettate nel cestino di quelle destinate a rimanere: tornite, ripercorse con gli occhi e la mente infinite volte prima di apparirti - solo pochissime di quelle volte - finalmente buone.
Certo, la fantasia non ti mancava. Ma partivi sempre dalla stoffa del reale, poi ci ricamavi sopra.
«Alle sei di ieri mattina ero già a banchetto!» mi confidavi qualche lunedì, spiegandomi quelle tue ricorrenti torture domenicali, giorno demandato alle stesure perché, per il resto della settimana, avevi la Due Ruote da mandare avanti e i conti da far tornare, la Venerabile Confraternita del Bacalà da sorvegliare, i pezzi per Il Giornale di Vicenza da consegnare, le ciàcole cui sottostare sornione, magari riandando per l'ennesima volta alle occasioni in cui ti aveva astutamente catturato il cinema (Signore e signori, Il commissario Pepe
) lasciandoti in consegna una miniera di aneddoti. Qualcun altro li avrebbe sfruttati, dato che c'erano di mezzo attori e registi famosi, per tirarci fuori un volume da alta tiratura. Tu no: molto signorilmente e assai poco commercialmente, limitavi il gossip a qualche tavolata, a qualche acquirente fidato.
Nell'anno "fogazzariano" che si sta chiudendo, caro Virgilio, i tuoi concittadini ti hanno comunque tributato un affettuoso, affollato ricordo in Sala degli Stucchi, dopo che accanto alla tua libreria era stata scoperta una significativa lapide con tanto di ritratto, a futura memoria. Sì, siamo in parecchi a volerti ancora bene. Attendiamo solo il momento in cui la tua intera produzione troverà quel definitivo riconoscimento che onestamente le spetta, quanto meno nel panorama regionale e nazionale. Tanto per cominciare, e non è la prima volta che lo sosteniamo, con una degna ristampa del tuo catalogo, fornita di adeguati apparati critici. Avresti sorriso all'idea di finire dentro un tomo tipo Meridiano ma per noi, membri del fan club, sarebbe un atto nulla più che dovuto.
Caro Virgilio,
ricordo un pomeriggio di fine estate. E una chiamata. La tua voce di là dal filo è fragile, incerta. «Vieni, devo parlarti. È importante». Arrivo verso sera, quando le luci di Monte Berico rischiarano la città e la penombra pennella una frescura dolce e leggera. Due rampe di scale, un appartamento ampio e silenzioso. Mi accoglie Pina, consorte generosa e indomita, sempre tenacemente al tuo fianco. Sei smagrito, inquieto, leggermente impaziente. Il morbo di Parkinson t'impedisce i movimenti e anche le parole faticano a farsi strada, ma quando riescono a rompere gli argini, le immagini sbalzano emozioni di fuoco.
«Siediti», ingiungi perentorio. Apro la borsa, cerco l'agendina che sempre mi accompagna. Mi osservi compiaciuto. «Sì, brava, scrivi. Ascoltami bene e scrivi». Aspetto. Mi guardi con occhi lucidi e stretti. Lentamente cominci a parlare. Un fiume dolente, che conficca uno, due, tre chiodi dentro una croce di parole che talvolta escono dure, crudeli, mentre altre volte sanno farsi incredibilmente dolci e sommesse. Ne viene fuori una lettera rivolta a chi cammina felice per le strade del mondo, senza pensare alla malattia, al dolore, alla fatica di vivere. Il Parkinson ti ha fiaccato, ma non domato. Si capisce che sei arrabbiato, ma si capisce anche che non hai alcuna intenzione di mollare, di essere messo all'angolo, ridotto al silenzio, come un gomitolo frusto di cui nessuno vuole farsi più carico.
«Da quando la malattia ha debilitato il mio corpo- soffi pungente - gran parte degli amici di un tempo si sono allontanati. Probabilmente a loro modo continuano a volermi bene, resta il fatto che il male fa paura, mette a disagio. A questo punto meglio sarebbe nascondersi, chiudersi in casa, andare via. O lo fai tu, oppure ci pensano gli altri a farti sparire. Come? Semplicemente accantonandoti, mettendoti da parte, liquidandoti con un sorriso di circostanza peloso e cisposo. E così, quello che era stato il libraio, lo scrittore, il Magnifico Priore, il signore della piazza di Sandrigo, l'uomo intorno al quale girava una meravigliosa, invincibile Confraternita, può trasformarsi in una sorta d'incomodo, in una faccenda imbarazzante da sbrigare in fretta, magari con un frettoloso incoraggiamento di circostanza».
Ti fermi, mi cerchi la mano. «Per favore scrivi che dentro a questo corpo c'è una mente più lucida del marmo. Una mente che vede tutto, che sente tutto, che registra tutto. Scrivi che la malattia non è prerogativa di una casta, non bussa alla porta, non chiede permesso, non si annuncia, non suona, non guarda in faccia nessuno. Scrivi che la pietà fa più male di un ceffone bene assestato. Scrivi che l'antico Priore non à mai stato più attento e presente di oggi e che la solidarietà, l'attenzione e l'affetto, se è vero che non guariscono il corpo, possono essere un meraviglioso balsamo per l'anima. Scrivilo per me e per tutti quelli che come me ogni giorno devono fare i conti con l'indifferenza e l'imbarazzo della gente
».
Socchiudi gli occhi e finalmente sorridi: «Con la Grande Falciatrice mi sto mettendo d'accordo, fatico un po' di più a mettermi d'accordo con questo mondo gelido e distante. Hai scritto tutto?». Rispondo che sì, ho annotato tutto. Sembri sollevato: «Le cose più semplici sono le più difficili da far passare. Non importa se nessuno ascolterà, tu scrivile lo stesso. Sono sempre stato un melanconico, un flemmatico, uno che si siede sulla sponda del fiume. E aspetta. E mentre aspetta inventa e reinventa le sue storie. Questa è una nuova storia. La più dura, la più imprevista. La mattina è il momento peggiore. Poi qualcosa scatta e l'orologio riprende la sua corsa. Sì, scrivo, ma anche dettare non mi dispiace. Sto raccontando la vicenda di una donna della nostra terra.Nei miei libri le donne sono sempre importanti
E' bello guardarle, ascoltarle, seguirle nelle loro emozioni e nella loro vita. In queste pagine c'è una vita forte, che non si piega. Come la mente che non accetta di piegarsi alla fragilità del corpo. La scrittura è una fatica solo se non si ha niente da dire. Altrimenti è forza, energia, bellezza». È tempo di andare. I tuoi occhi, Virgilio, seguono ogni mio movimento. Si capisce che ti piacciono i piccoli gesti quotidiani. Li rivorresti indietro, li rivorresti tuoi: alzarti, avvicinarti alla finestra, scostare le tende, guardare sotto la gente che passa
Ricordo la tua voce alle mie spalle : «Racconterai tutto questo al presente, non è vero?...».
Antonio Stefani Maurizia Veladiano
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1 flavioarcandi 01/01/2012 11:18 1 commenti
Questo scritto ha risvegliato piacevoli ricordi... Mi sa che oggi mi rileggo qualcosa, giusto per iniziare bene il duemiladodici. Flavio Arcandi